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MERIDIANA IMMAGINI - AGENZIA FOTOGIORNALISTICA

Scrittura mista La Nuova Ferrara Maggio 2012, terremoto in Emilia Lo sguardo circolare I colori del bianco Località Fortuna Laguna Bari doc di Carofiglio Bobbio il set di Bellocchio Delta del Po. Nuvole e leggende Per confine il fiume e il cielo Se un giorno un pellegrino Ferrara. Camminando con Bassani Il colore del liscio Le immagini del soccorso Dal nero della storia Robbi e Lello Io e Ilario Il Maestro bianco Magie d'Acqua Il Signore degli omini di legno Arrivati a un certo punto C: Arte Andrea Samaritani

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Laguna

Servizi fotogiornalistici di Andrea Samaritani

La collaborazione con Laguna, rivista bimestrale per lo sviluppo delle zone umide dell'Assessorato Agricoltura
della Regione Emilia-Romagna, diretta da Vilmer Poletti, è durata dal 1991 al 1999, data della chiusura del periodico.
In quegli anni sono state pubblicati una trentina di servizi fotogiornalistici, testo e foto, a firma di Andrea Samaritani

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Sulle orme del fotografo

Testo di Andrea Samaritani

(da "Comacchio in pagina", inserto in Laguna maggio - giugno 1998)
"Con un gruppo di amici in canoa e tenda stavamo vivendo il ponte di Pasqua con un'avventura alla scoperta delle isole del Delta del Po. Io ne approfittavo per completare, con immagini nuove, un servizio per la Domenica del Corriere. Arriviamo sull'Isola dell'Amore nel pomeriggio di Pasqua. Abbiamo appena il tempo di montare le tende che il cielo diventa improvvisamente nero come la pece. Dopo pochi minuti si scatena l'inferno. Veniamo investiti da una bufera di acqua e vento che distrugge le nostre tende, fa volare via le canoe e, come se non bastasse, una paurosa marea rimontante sta per ricoprire d'acqua l'isola. Ci rannicchiamo impauriti sulle dune di sabbia più alte coprendoci con i resti dei teli delle tende. Restiamo così fino all'alba al freddo e sotto la pioggia battente. Poi, di colpo finisce di piovere, il mare si calma, il cielo si colora di rosso e arancio. Un sole strepitoso comincia ad uscire dal mare e un canoista va a recuperare la sua canoa". Testo e foto di Mario Rebeschini.
 
Un esempio. Un tassello. Un piccolo ma già denso tassello del grande mosaico, composto da migliaia di immagini fotografiche, che iniziamo a ricomporre con questa mostra. Incominciamo con i racconti fotografici realizzati dai cosiddetti fotogiornalisti. Fotografi che non si accontentano della macchina fotografica o giornalisti che non si accontentano del block-notes. L'equilibrio narrativo sta nel mezzo.
Per la mostra, abbiamo selezionato sessantacinque fotografie, pubblicate sui più importanti periodici nazionali, negli ultimi vent'anni. Una sorta di rassegna stampa per immagini, per analizzare come è stato visto e interpretato il territorio di Comacchio dai grandi media nazionali.
Le foto sono, ovviamente, solo quelle più rappresentative dei servizi che abbiamo osservato, a fronte delle centinaia pubblicate. Per non parlare delle migliaia di fotografie (magari anche più belle e significative) realizzate da fotoamatori o fotografi meno conosciuti, che non sono riusciti ad entrare nello stretto imbuto delle agenzie fotografiche, e poi delle redazioni, sbarrate dagli implacabili photo-editor.
Quelle che presentiamo in mostra sono già state viste da una mega platea, di lettori di riviste periodiche, composta da milioni di persone. Un pubblico eterogeneo, che spazia dagli appassionati di birdwatching ai cacciatori, dalle casalinghe ai manager, dai cicloturisti agli appassionati di vela. Un viaggio trasversale, che ha attraversato e aperto, non senza resistenze, gli archivi di fotografi gelosi dei propri lavori, che ha scomodato i redattori dei giornali costretti a compiere difficili ricerche d'archivio per individuare i servizi pubblicati.
Un viaggio, che alla fine ci ha dato la possibilità di ricreare una sorta di iperservizio fotogiornalistico firmato da ventidue autori diversissimi tra loro, per generazione, per stile, per provenienza geografica. L'iperservizio, è stato composto seguendo la logica della descrizione del territorio nel suo complesso, partendo da delle domande: qual è la fotografia che rende meglio l'idea dei casoni di valle? Quale quella che con più enfasi trasmette l'emozione dell'avventura nel delta? Quale descrive meglio il lavoro dei pescatori, dei contadini, dei biologi? Un itinerario che ha il merito oltre che della (presunta) completezza, anche quello della valorizzazione grafica delle immagini stesse. In maniera sempre più massiccia le fotografie vengono impaginate e "bucate" da titoli, sottotitoli, testi. Al punto da utilizzare l'immagine solo come tappeto o pedana delle parole.
Qui invece le fotografie ritornano a conquistarsi il loro ruolo centrale di racconto visivo puro, libere da scritte e impaginate con molto bianco intorno che le fa respirare, le libera. Quella libertà creativa, compositiva, narrativa, che i fotografi inseguono vagabondando in giro per il mondo. Moderni viaggiatori, che dormono in tenda, in camper, che indossano stivali imbottiti, gilet rinforzati, berretti di lana, visiere, come Indiana Jones. Etnografi, antropologi, che prendono appunti con la macchina fotografica ma anche con il block-notes, che si documentano sugli usi e costumi delle gente, che ci parlano, che cercano di evidenziare le peculiarità del territorio.
Cacciatori d'immagini che se ne stanno rannicchiati in una botte, in un capanno, per ore ad aspettare uccelli che solo loro sanno vedere, riconoscere e "impressionare" per sempre. Sguardi moderni, di fotografi per lo più giovani, o che si considerano tali mentalmente. La maggior parte dei lavori dei fotografi che esponiamo in questa mostra, sono stati realizzati spontaneamente, e in piena libertà, seguendo progetti e ricerche personali: chi per seguire determinate specie di animali, chi per documentare il lavoro dell'uomo, chi per inseguire personaggi del mondo dello spettacolo in visita alle valli, chi per realizzare dei servizi di moda in un ambiente suggestivo e magico. Poi solo in un secondo momento, dopo aver sviluppato, selezionato e didascalizzato le foto, gli autori hanno composto il servizio che sono andati a proporre alle riviste, per lo più milanesi. A quel punto c'è chi ha comprato il servizio chiavi in mano (testo e foto dello stesso autore, completo di titoli, sottotitoli e box per le informazioni utili), e chi invece ha acquistato solo il servizio fotografico, mandando successivamente il giornalista sul posto.
Sulle orme del fotografo.
 

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La barcolana di Trieste

Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna novembre - dicembre 1999)

 "Andemo nel mucio", grida Bepi, cinquantanni, capitano di lungo corso della Lega Navale di Trieste. Fisico asciutto, barba folta ormai tendente al bianco, grossi occhiali da sole e tuta da ginnastica blu, questo è Bepi, che dall'alto della prua del "Doz" indica al guidatore la rotta, per documentare in modo adeguato e suggestivo la regata più spettacolare e famosa del mediterraneo: la Barcolana di Trieste.
L'appuntamento è per le otto al molo di Grignano, l'ufficio stampa della Barcolana mi aveva dato indicazione di chiedere del peschereccio Doz. Dopo una corsa spasmodica per il parcheggio vedo un barcone che è già salpato: è il mio, gesticolo e faccio in modo che torni indietro. Mi aiutano a salire a bordo, con un salto, i venti giornalisti, fotografi e teleoperatori che sono già a bordo mi guardano male, per loro la "febbre" della partenza della regata è ai massimi livelli, ogni minuto rubato allo spettacolo è una ferita.
Per la prima ora, fintanto che non siamo arrivati nelle vicinanze della linea di partenza, quando si è accertato che in effetti siamo puntuali, nessuno mi aveva rivolto parola. Adesso però capisco: la tensione è altissima, l'emozione della partenza è indescrivibile, mi entra nella pelle. Milleduecento barche stanno aspettando da un anno questo preciso momento, diversi elicotteri volteggiano nervosi sulle nostre teste.
Lo scenario è suggestivo. Il castello di Miramare, voluto da Massimiliano d'Asburgo, nell'800, con la sua forma "marina" a punta verso il mare, con stupende stanze dai nomi ispirati al mare (la camera da letto chiamata "cabina", la sala "Novara", dove è stata ricreata la poppa della nave, la sala dei "gabbiani", ecc.), da una parte, le colline del carso occupano tutto l'orizzonte terrestre, e il Faro della Vittoria, simbolo di Trieste, dall'altra.
Tutto è pronto, ci sono equipaggi venuti da tutte le parti d'Italia, ogni classe velica è rappresentata. Ci sono imbarcazioni che hanno doppiato varie volte Capo Horn, e altre che non sono mai uscite dal golfo di Trieste. Ci sono barche supertecnologiche bianchissime, che luccicano a diverse  miglia di distanza e barche tradizionali del secolo scorso coloratissime, in legno, che vengono applaudite e invidiate da tutti gli equipaggi.
Anche se alla fine c'è la classifica, in realtà alla Barcolana partecipano tutti. Almeno i triestini, che come dice Carlo Milic, giornalista: " la barca non rappresenta uno status-symbol ma un mezzo per avvicinarsi al mare e alla natura. I triestini hanno nel sangue il mare e il piacere del diporto nautico; per molti, il possesso di una barca anche minuscola, nella priorità delle scelte familiari, viene anteposto quasi al possesso dell'auto".
E' un grande concerto corale , un inno al mare, dove non c'è la competizione fine a se stessa, piuttosto la voglia di misurarsi con le barche grandi, di sentirsi parte di una grande flotta navale.
Così, anche il nostro peschereccio, normalmente adibito alla raccolta  "lenta" dei mitili, carico di giornalisti, prende corpo e alza il regime del motore lanciando la prua sulle onde, creando dei sobbalzi come mai si era sognato di fare. Seguendo le indicazioni di Bepi, il comandante dirige il nostro Doz prima a fianco delle imbarcazioni, poi le taglia e spessissimo dirige la rotta verso di loro, per offrirci inquadrature suggestive. Molti equipaggi non hanno apprezzato questo nostro zigzagare nella regata, così più volte ci hanno apostrofato con il classico: "andate in mona!".
Ma quello che più preoccupa gli equipaggi è, alla vigilia della regata, il bollettino metereologico. Tutte le aspettative di un anno dipendono da quello, dalle notizie sul vento e dalle condizioni di luce e visibilità. Ci raccontano, infatti, che difficilmente la prima domenica di ottobre, quando si svolge la Barcolana, il tempo è bello. Quasi sempre è stato brutto, pioggia, o nebbia, o al contrario sereno ma con bonaccia. Ogni anno è perciò un'incognita, e questo la dice lunga sulla visione "positivistica" del progresso tecnologico nella costruzione delle barche, se la riuscita di una regata che coinvolge più di mille imbarcazioni, risente enormemente della variabilità di agenti naturali sui quali l'uomo non potrà mai intervenire.
Ecco che allora val la pena di posare lo sguardo non tanto sulla classifica della gara, ma piuttosto a tutto quello che la Barcolana rappresenta.
Come già ci aveva accennato Milic, la barca per i triestini viene prima dell'automobile: tutti ce l'hanno, e aggiunge: " la Barcolana è il simbolo che sta a rappresentare le tante gare e garette che spontaneamente vengono effettuate nel nostro mare. Come non parlare delle tante competizioni più o meno clandestine, che talvolta addirittura nei pomeriggi di primavera, estate o autunno, concluso l'orario di lavoro, si disputano tra tre-quattro scafi nel golfo? O della suggestiva quanto ridanciana ‘regata del radicio', competizione sociale tra velisti provenienti dal ramo ‘frutta e verdura': ci si scherza sopra, ma anche questa fa parte di un ‘amarcord', del passato marittimo nostrano,. Non è poi vero che istriani e chioggiotti, con paranze ed altri barconi zeppi di saporosa e succosa frutta o di guizzante pesce si davano battaglia a vele spiegate per giungere prima in ‘canale' a Trieste, per essere i primi ad offrire agli acquirenti in attesa sulle bancarelle i prodotti della terra, dai meloni capodistriani alle rosse angurie del Basso Veneto, o del mare? ".
La Barcolana si può seguirla direttamente in mare, con proprie barche, o pagando una quota a bordo delle imbarcazioni messe a disposizione da ditte specializzate nel trasporto passeggeri. L'altro modo per vedere la regata è la "tribuna naturale" offerta dalle colline del Carso che circondano Trieste. Sparsi nel verde dell'altipiano ci sono mediamente centomila persone armate di binocolo che osservano pazientemente il giro completo della regata, che percorre un grande triangolo contrassegnato da due grosse boe. Il groviglio di vele sul mare blu, si può osservarlo, tra gli altri posti, nei seguenti punti "canonici": la strada del Friuli, la zona del faro della Vittoria, il tratto compreso tra la pineta di Barcola e il castello di Miramare, da piazza Unità, dal molo Audace e sul colle di San Giusto.
C'è chi suggerisce addirittura, visto che siamo alle soglie dell'anno duemila, di non stare a preoccuparsi di trovare posto sui palchi naturali del Carso per seguire la regata, tanto dal 1995 la Barcolana la si può seguire su Internet, la grande rete informatica mondiale alla quale ci si collega tramite un qualsiasi computer portatile, dotato di modem. Su Internet, oltre a sapere in tempo reale l'andamento della gara, si possono trovare tante schede di approfondimento sugli equipaggi, sulle previsioni metereologiche, sulle istruzioni di gara, e soprattutto aiuta i velisti venuti fuori città alle prese con problemi pratici: dove ormeggiare, dove andare a mangiare, dove fare benzina, dove trovare all'ultimo momento un accessorio lasciato a casa. E per finire la rete contiene anche la storia della Barcolana, raccontata attraverso gli articoli e le fotografie ripescate dai redattori del quotidiano "Il Piccolo" di Trieste.
   

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L'anguilla sfumata della laguna di Orbetello
Un antico prodotto artigianale riproposto in chiave moderna per il mercato nazionale può contribuire al rilancio di produzioni tipiche locali


Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna settembre - ottobre 1999)

Via delle fornaci, valle del Pozzarello, Valle del Castagno, Vallata dei Molini, torre delle cannelle, (...) in corso di trascrizione
   

11AA4156 Tutti fotografi nel Parco
Il primo workshop fotografico, aperto a tutti, nelle valli di Comacchio, tenuto da due fotografi professionisti

Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna luglio - agosto 1999)

Chi ha visitato il Delta del Po, sa bene che fissare sulla pellicola della macchina fotografica le suggestioni offerte dall'ambiente, i mille colori, le infinite forme della natura e degli animali è un'operazione facile e difficile al tempo stesso.
Facile, perché mettendo in pratica il famoso slogan di una nota multinazionale di articoli fotografici che recitava: "voi fate lo scatto e noi pensiamo al resto", si riesce effettivamente senza troppa difficoltà a registrare in forma di "appunto" quello che si è visto.
Difficile, perché non sempre si riesce a registrare quello che si è visto in forma di "narrazione", con un taglio accattivante, con la forza dei colori, con l'esaltazione delle forme, tipica delle foto artistiche, altamente simboliche e descrittive dell'ambiente.
Per aiutare tutti quei fotoamatori, ecoturisti o semplici turisti, che vogliono conoscere tecniche, segreti, e trucchi per rendere al meglio, con la loro macchina fotografica, ambiente e animali del Delta del Po, è stato organizzato il primo e unico Workshop fotografico sul campo, nelle valli di Comacchio.
La formula è quella ampiamente sperimentata in altri parchi internazionali: due fotografi professionisti (di quelli che hanno sulle spalle milioni di diapositive, scattate in tutte le parti del mondo, a qualsiasi latitudine e in qualsiasi condizione metereologica), si portano con sé otto allievi ciascuno direttamente sul campo, spiegando di volta in volta i "ferri del mestiere". Solo così si riescono ad apprendere velocemente nozioni fondamentali che vanno dalle tecniche strettamente fotografiche, alle indicazioni comportamentali degli animali. Quante volte ci è capitato di essere prontissimi con teleobiettivi e pellicole, ma non conoscendo le abitudini dell'animale da fotografare, abbiamo aspettato ore per niente!
Con l'aiuto delle autorità preposte alla tutela del Parco, si riusciranno a raggiungere zone normalmente chiuse al pubblico.
I soggetti da fotografare saranno principalmente tre: Ambiente, uccelli e cavalli.
L'ambiente è formato da una ramificata serie di canali, intervallati da casoni di valle e lavorieri per la pesca delle anguille.
Gli uccelli sono ormai presenti in quantità enorme, tra gli altri: tremila garzette, millecinquecento fenicotteri rosa, centinaia di aironi, cavalieri d'Italia, avocette, folaghe, spatole, grandi quantità di anatre (volpoche, alzavole, germani reali, marzaiole).
I cavalli sono i bellissimi bianchi della razza "Delta" (discendente dell'antichissimo Camargue), presenti in grossa quantità, in compagnia dei tori neri da combattimento dell'allevamento di Spiaggia Romea, che è la base operativa del corso.
Spiaggia Romea è un centro vacanze dotato di duecento bungalow, adiacente al Lago delle Nazioni, dotato di piscina, campi da tennis, aree attrezzate per i bambini, due spiagge private, una di sabbia sul mare e una di erba sul lago, complete di pedalò e canoe, a due passi da famosi centri storico-artistici come l'Abbazia di Pomposa, il Castello della Mesola e la cittadina lagunare di Comacchio.
All'interno della struttura dell'Hotel si svolgeranno gli incontri preparatori alle uscite e le proiezioni di diapositive serali, per mettere a punto le tecniche fotografiche sperimentate nel corso delle giornate.
Il corso è coordinato da Andrea Samaritani, e i docenti sono Giuliano Cappelli e Mario Rebeschini.
Giuliano Cappelli è considerato il capostipite della fotografia naturalistica italiana, ha pubblicato più di seicento copertine, duecento servizi speciali realizzati in ogni parte del mondo, svariati libri e calendari. Ha collaborato alla collana "Viaggio nel mondo degli animali" di Piero Angela, in allegato al quotidiano la Repubblica. Sta ultimando una collana di dodici volumi sul comportamento animale.
Mario Rebeschini giornalista e fotografo, ha pubblicato molti volumi e monografie fotografiche sull'ambiente e sul sociale. Sue fotografie sono apparse sui principali periodici internazionali, collabora assiduamente sin dalla loro fondazione a Cavallo Magazine e Laguna. E' specializzato in reportage ambientali sulle zone lagunari del mondo.
Il corso è organizzato in collaborazione con: Consorzio Regionale del Parco del Delta del Po, Amministrazione Provinciale di Ferrara, Comune di Comacchio, Laguna bimestrale per lo sviluppo delle zone umide dell'Assessorato all'Agricoltura della Regione Emilia-Romagna.
   
00TA3103 Museo delle Bonifiche delle Valli Argentane

Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna maggio - giugno 1999)

"Oscurità, vento, lampi, tuoni preannunziano il temporale. La pioggia ingrossa rapidamente i canali e ben presto anche il Reno. Entra in funzione l'impianto idrovoro, che solleva le acque dal canale Lorgana, si chiudono le paratoie della chiavica emissaria e, attraverso i cunicoli, una parte della portata si scarica nel canale Botte, che ancora può uscire in Reno.
Si chiudono le porte vinciane della Beccara e si riapre la chiavica emissaria: le acque del Lorgana e, in misura più ridotta, della Botte defluiscono nella cassa d'espansione, fino a raggiungere la massima quota d'invaso (...)".
Il brano tratto dal testo del plastico interattivo che dimostra e spiega in modo semplice ed efficace il complicato ed affascinante funzionamento di un impianto idrovoro, è il miglior modo per cominciare a parlare di un bell'esempio di museo moderno, realizzato nelle valli argentane, stazione del Delta del Po.
Inaugurato nell'estate 1995, il "Museo della Bonifica nelle valli argentane", si integra felicemente con l'altro museo distante poche centinaia di metri, il "Museo delle Valli d'Argenta nel casino di Campotto", che nel 1992 fu premiato come miglior museo didattico e naturalistico d'Europa.
I due musei e l'oasi naturalistica insieme formano un'unico complesso storico-naturalistico, dove realtà e raffigurazione, dentro e fuori si intergrano e completano a vicenda. Questo sistema museale non ha precedenti in Europa, perchè di solito o si visita un museo o si visita un'oasi, le due cose insieme mai.
Il museo delle bonifiche è stato ricavato nello stabilimento Saiarino, cuore pulsante dell'intero sistema di controllo delle acque del Consorzio della Bonifica Renana.
La visita inizia dalla chiavica emissaria dove è allestita una mostra con pannelli descrittivi, si prosegue ai lati della vasca di mandata, dove sono state collocate le antiche macchine della bonifica in disuso, fino ad arrivare alla gigantesca e maestosa idrovora di Saiarino, dove ci sono sei pompe centrifughe azionate da motori elettrici.
L'elemento straordinario del museo, è che l'idrovora è in funzione. Quando in autunno le piogge ingrossano i fiumi, l'idrovora inizia a lavorare come sempre, anche con i visitatori presenti. Ogni pompa può sollevare 9 metri cubi d'acqua al secondo, le sei insieme alzano 54 metri cubi d'acqua al secondo, controllando un territorio di circa 22000 ettari. L'impianto è un buon esempio di architettura industriale degli anni venti, caratterizzato da linee sobrie e particolari costruttivi di pregio. Raffinate e luminose sono le alte finestre a vetrata, eleganti le lampade in ferro battuto con boccia di vetro bianco e portentosi i grandi tubi di mandata a forma di pipa, costruiti in lamiera chiodata. Un plauso particolare va fatto al lavoro di ammodernamento, che ha rispettato l'originaria architettura industriale. Sono stati, infatti, disattivati, ma conservati, i vecchi quadri elettrici con frontale in marmo, e collocate in locali separati tutte le apparecchiature moderne di automazione degli impianti.
Completamento necessario, e indispensabile della visita, dopo aver toccato con mano gli impianti ( anche se è bene sottolineare in modo "simbolico", perchè toccare realmente un impianto in funzione, significa sperimentare la forza terribile della tensione elettrica che scarica 5200 volt ! ), è la sua visione d'insieme, offerta dal plastico di cui abbiamo parlato all'inizio.
Collocato nel Museo delle Valli d'Argenta, nel Casino di Campotto, un grande plastico di più di cinque metri, in un'apposita sala, con luci e suoni controllati, offre la possibilità di seguire e capire le fasi del lavoro dell'impianto idrovoro, riprodotte in modo preciso e rigoroso.
Alla fine il visitatore può decidere se continuare a provocare la piena del fiume, fino a rendere inefficace la devizione dell'acqua nelle casse di espansione, provocando l'inevitabile alluvione. Ma poi, la pioggia cessa, la quota d'acqua del reno s'abbassa, i canali collettori riassorbono le esondazioni, l'idrovora riprende a sollevare le acque, che, insieme a quelle defluenti dalla cassa d'espansione, s'avviano verso il fiume.
Il tutto merito alla equipe interdisciplinare coordinata dall'infaticabile Folco Cecchini, direttore del Museo delle Valli, già insignito del premio europeo.
Abbiamo incontrato il prof. Cecchini nella sua casa di Bologna. Scontata la domanda: allora ci stiamo preparando a ricevere un'altro premio europeo?
"Non lo so. Posso solo dire che, anche se non sembra, il progetto è ancora all'inizio. Quando sarà completato, anche se non so se con i miei anni riuscirò a vederlo compiuto, avrà una portata informativa e espositiva senza precedenti, per il quale forse un premio europeo, magari, gli potrebbe stare anche stretto", afferma deciso Cecchini. Ascoltiamo allora nel dettaglio il progetto di completamento ideato dall'equipe di lavoro coordinata da Cecchini.
" Il museo con la visita all'idorvoro e al plastico, è solo il primo lotto dei quattro previsti. C'è da sottolineare che il primo lotto è stato realizzato in tempi record: dalla sua ideazione alla realizzazione è passato poco più di un anno, così possiamo affrontare con grande spinta i completamenti successivi.
Il secondo e terzo lotto prevedono la sistemazione della centrale elettrica dove, al piano superiore, raggiungibile tramite ascensore, saranno allestite mostre, e predisposto un terrazzo per la visione d'insieme dell'impianto.  E' previsto anche un servizio bar, e una sala per l'accoglienza e la sosta dei visitatori. La centrale elettrica sarà collegata all'idrovora Saiarino tramite un trenino Decauville, utilizzato per gli spostamenti nella bonifica all'inizio del secolo.
Il quarto lotto prevede l'allestimento di strutture di collegamento tra l'impianto e il fiume. Sono diverse le possibilità di sperimentare in lungo e in largo la bonifica argentana: con una antica chiatta restaurata, dalla Cardinala fino alle porte vinciane, per quattro chilometri, a ridosso dell'Oasi di Campotto e Vallesanta; in bicicletta lungo gli argini e i dossi; pernottare nei rifugi realizzati insieme al Club Alpino Italiano".
Un bel progetto. Un sistema museale complesso e completo che, è facile intuire, sarà lungo da visitare, prevederà almeno due-tre giorni per la sua visione approfondita, a tutto vantaggio degli indotti economici che si ripercuoteranno nel territorio circostante.
Ma la mente progettuale del professor Cecchini, non si esaurisce qui.
Nella sua testa vive, aspettando la luce del sole, il mega progetto di un Eco-Museo del Delta del Po, nel quale inserire il museo di Argenta.
Prima tappa: la Via delle Idrovore. Attrezzare i canali di collegamento delle acque del Delta  per la navigazione, o per seguirne itinerari in bicicletta e a piedi.
Seconda tappa: la Via archeologica e storica. La nave romana di Comacchio, i ritrovamenti della città di Spina, fino al museo archeologico di Adria.
Terza tappa: la Via della Natura. Attraversando le bellezze naturali di Mesola, Comacchio, Ostellato e Argenta.
"Nel Delta del Po ci sono tantissimi musei, ricreati e spontanei" conclude Cecchini, " val la pena di coordinarli, di orientare la visita in modo organico e logico, seguendo il felice esempio dell' "Enciclopedia", inventata con la rivoluzione francese. L'approccio enciclopedico delle cose, delle tecniche degli avvenimenti, messe in relazione interdisciplinare, permette di avere quella conoscenza circolare, che abbraccia il mondo nella sua complessità, senza tralasciare niente".
 
00TA2657 House Boat nel Delta del Po

Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna maggio - giugno 1999)

Le avevamo viste lungo i canali francesi. Silenziose erano arrivate sul nostro fiume Brenta, famoso per le ville venete. Da qualche tempo sono comparse nei rami del grande Delta del Po. Sono le "case galleggianti", meglio conosciute come: House Boat.
Nei porti affollati di pescherecci e natanti da diporto è difficile vederle.
In alto mare non le incroceremo mai. Nella laguna troppo bassa non possono navigare. Allora dove sono queste strane imbarcazioni dall'aspetto tozzo, che sembrano petroliere in miniatura, ma dall'aria accogliente e familiare?
L'habitat ideale per le case galleggianti é nei canali interni del Delta e nelle darsene private. E' lì che splendono di luce propria queste insolite imbarcazioni. Navigano e ormeggiano nei luoghi discreti, in sacche abbandonate, dimenticate, lontane dalla grande folla, dal turismo vacanziero.
La darsena che visitiamo in questo servizio è quella di Porto Levante, uno dei rami più a nord del fiume Po. Nel porticciolo turistico detto " Marina Nuova", sul Po di Levante, sono attraccate diverse house boat, fondamentalmente di due modelli: la Triton e la Concorde.
La Triton è un'imbarcazione di otto metri per tre, con tre posti letto più due ricavabili in cucina. La Concorde è un po più grande, lunga nove metri per tre, ospita quattro persone comodamente sdraiate in cabina e tre posti letto sono ricavabili in cucina.
Consigliamo di tenere in considerazione solo i posti letto "ufficiali", quelli in cabina: tre per la Triton e quattro per la Concorde, perchè gli altri alloggiamenti sono scomodi e difficilmente oscurabili ( essendo la cucina strutturata a "giorno" con ampi finestroni).
Una volta creato l'equipaggio si salpa. Prima importante notizia: non c'è bisogno di patente nautica. Gli addetti dell'organizzazione Delta 80 srl, che insieme alla Navarchus di Milano, gestiscono il servizio, ci dicono che la barca la può guidare anche un bambino. In effetti salendo ci accorgiamo che più che essere a bordo di una imbarcazione "canonica", fatta di strumenti elettronici, cime, e bussole, sembra di essere in un grande salotto, dove in un angolo, c'è un timone che ha tutta l'aria di essere semplicemente un soprammobile. Per guidare c'è un piccolo strapuntino sul quale è impossibile sedersi. In definitiva alla guida ci può andare chiunque, è una condizione " democratica", per fare in modo che tutti, a turno, facciano la loro parte. E' così escluso che il "nonno" del gruppo, quello che si vanta di aver fatto attraversate oceaniche e chissà quali altre peripezie marinare, si "inchiodi" al volante, condizionando negativamente la navigazione.  Se non fosse già chiaro, il concetto che abbiamo voluto esprimere è che la guida dell'house boat, è uno degli aspetti meno stimolanti di tutta l'esperienza. Vuoi per la velocità. Per ovvi e intuibili motivi la velocità è ridottissima ( a volte, lungo certi canali dritti-dritti, si rasenta il limite della noia ). Vuoi perchè dal posto di guida la visuale non è completa. Le panoramiche più belle, infatti,  si possono godere solo in coperta. Dopo un po che si naviga, ci si accorge che il posto più ambito dove si fa a gara per stare è proprio la coperta. Anzi le coperte. Sono due i posti dove si può stare comodamente sdraiati: il primo a prua sopra la cabina, il secondo al centro della barca, sopra la cucina, ad una altezza di circa due metri sul livello dell'acqua.
Questa seconda posizione nel catalogo della Navarchus è indicata come "zona prendisole", ma noi l'abbiamo sperimentata anche come ottima posizione  per tuffi "acrobatici", e soprattutto come buon punto di osservazione per il birdwatching e per scattare suggestive fotografie.
Mettendosi in piedi, essendo già a due metri sul livello del fiume, è facilissimo allungare lo sguardo al di là degli argini, scoprendo così il fascino di certe abitazioni private, il richiamo struggente di qualche campanile dimenticato, e senz'altro i luoghi più protetti dove trovano rifugio le mille specie di volatili che affollano il Delta del Po.
Credo che la vera spinta a viaggiare in house boat, e il giusto spirito per stare diversi giorni lungo i canali dell'entroterra deltizio sia proprio questo gusto della scoperta, il riuscire a dar valore alle bellezze meno ecclatanti, più segrete.
Chi cerca l'emozione a tutti i costi, l'avventura da raccontare ( come volevano fare i miei compagni di viaggio che più volte hanno cercato di convincermi a viaggiare di notte, in barba alle indicazioni, scommettendo sull'autonomia del carburante, e altre amenità simili ), difficilmente la troverà. L'esperienza accumulata dai gestori del servizio noleggio house boat, in questi anni, e calcoli statistici, permettono tranquillamente di affermare che anche volendo, è impossibile avere dei problemi di navigazione in house boat, o peggio provocare incidenti.
Due sono le attenzioni ale quali però bisogna, senza discussioni, attenersi. La prima riguarda  i segnali ufficiali che regolamentano la navigazione lungo i canali: tenere la sponda indicata, rallentare la velocità, ecc. La seconda, non meno importante, è la possibilità frequente di insabbiarsi.
Le acque del Delta, si sa, sono bassissime, nella maggior parte dei casi sono navigabili solo con piccole imbarcazioni con il fondo piatto. Nel  nostro caso il "pescaggio" dell'house boat, che è molto ridotto, non sopporta fondali bassi, ciò significa che almeno metà delle acque più vicine al mare sono precluse alla navigazione. Anche a noi più volte è capitato, infatti, di arenarci in sacche dalle quali si esce a fatica: l'importante è fermarsi subito, mettere il motore in folle e pian piano fare retromarcia.
Ci si arena in prossimità del mare aperto, dove a causa delle maree che cambiano continuamente la morfologia del fondo marino, non è stato sempre possibile tracciare le traiettorie e corridoi di attraversamento delle sacche lagunari. Solo in certi grandi specchi d'acqua come , ad esempio, la foce del Po di Levante, è stato possibile delimitare il corridoio di navigazione per evitare le secche, apponendo i caratteristici " bricchi" di legno, oltre i quali le imbarcazioni di un certo pescaggio non possono andare.
Per chiunque si accinga a organizzare un weekend in barca nel Delta è senz'altro consigliato di confrontare con esperti della zona l'itinerario che si vuol percorrere, per non trovarsi la sorpresa di aver navigato per ore, e invertire la rotta perchè il canale è "sbarrato" da una secca, passabile solo con un gommone o una batana. A bordo dell'house boat ci sono comunque cartine dettagliatissime del territorio, dove sone evidenziate le corsie d'acqua navigabili, seguirle con attenzione e umiltà vi metterà nelle condizioni di poter evitare la brutta esperienza della "secca".
Il noleggio delle house boat dura di solito una settimana, durante la bella stagione, in genere da maggio a ottobre. Nell'arco della settimana di navigazione, è possibile coprire itinerari fluviali molto lunghi. Da Porto levante si può raggiungere la laguna Veneta nel giro di poche ore, passando per Chioggia, attraverso canali interni. Si possono raggiungere le principali mete del Delta del Po: Comacchio, PortoGaribaldi, Argenta, Ostellato, Codigoro, Loreo, Adria, ecc.
Molti scelgono l'accoppiata barca più bicicletta. A bordo possono alloggiare due-tre biciclette per poter visitare le bellezze dell'entroterra o i centri abitati sopradescritti.
  
aster1web Educazione Ambientale nel Delta del Po
L'esperienza significativa di un'agenzia di servizi turistici, ecologici e di ricerca, attiva da quattro anni, nella divulgazione e nella promozione della conoscenza degli aspetti meno noti dell'ecosistema deltizio


Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna luglio - agosto 1998)
"Potete stare tranquilli!". Così recita testualmente uno dei passaggi del catalogo promozionale dell'agenzia Aster di Mesola (Ferrara). Possiamo stare tranquilli? Ci siamo chiesti. L'unica è andare a verificare di persona. Menotti Passarella, uno dei fondatori dell'agenzia, ci aspetta sotto l'accogliente portico del borgo che attornia il cinquecentesco castello della Mesola, "delizia" della nobile famiglia estense (...) in corso di trascrizione...
  

ludobusweb

Nel Delta con il Ludobus
Un'interessante esperienza di laboratorio ricreativo con le ruote per i bambini

Testo di Andrea Samaritani e fotografie di Giuseppe Barboni

(Laguna marzo - aprile 1998)

Una grande e colorata tartaruga, con le ruote, "corre" nella laguna della provincia ferrarese. Nel guscio tanti disegni che raffigurano piante e insetti lagunari. In testa un cappellino giallo con la scritta: "Ludobus Delta".
La tartaruga con le ruote è il simbolo utilizzato per contrassegnare i laboratori ricreativi per bambini che si tengono ogni estate nel Delta del Po. Denominati ufficialmente Progetto Ludobus, i laboratori hanno come scopo prioritario quello di intrattenere e far giocare i bambini dei paesi deltizi quando le scuole sono finite, quando i papà sono in alto mare con i pescherecci e le mamme a casa con i mille lavori quotidiani.
D'estate i bambini, soprattutto quelli che vivono in famiglie dove i genitori sono impegnatissimi con il lavoro, che non si possono permettere ne baby-sitter, ne li possono mandare in costosissimi soggiorni-vacanza in giro per il mondo, rischiano di rimanere in giro senza che nessuno si curi di loro, correndo il pericolo di essere coinvolti in fenomeni di degrado sociale che ben conosciamo.
"Il Ludobus inizia quando finisce la scuola", è un po' il motto che sintetizza la collocazione spazio-ambientale del progetto. Il Ludobus è un pulmino attrezzato che raggiunge i centri più isolati o ambientalmente interessanti del Delta del Po, scaricando i suoi giochi per coinvolgere e far divertire i bambini. Un'asilo ambulante, una scuola su due ruote, un parco giochi da costruire, una palestra smontabile, sono tante le similitudini che si possono associare a questo strano oggetto di aggregazione.
Tutto è iniziato nel 1988, quando alcuni genitori, insegnanti e operatori comunali hanno fondato il Centro Infanzia Van Leer di Comacchio, inserito nel più ampio  Progetto Infanzia per il Delta del Po, che coinvolge cinque Comuni (Comacchio, Copparo, Goro, Mesola, Migliarino e Ostellato), finanziato dalla Fondazione olandese Bernard Van Leer, supportato dai contributi culturali del Dipartimento di Scienze dell'Educazione dell'Università di Bologna (nella persona del prof. Franco Frabboni), dai contributi istituzionali dell'Assessorato alla Pubblica Istruzione della Regione Emilia Romagna, del Comune di Comacchio, e aiutato nella gestione dall'Associazione ARCI dell'Emilia Romagna.
Il Centro Infanzia di Comacchio sviluppa e promuove diverse iniziative che vanno dai laboratori-atelier sulla manipolazione della creta, alla costruzione di prodotti con materiali di recupero, agli incontri pubblici per la formazione pedagogica con pediatri, psicologi, insegnanti e genitori.
Altre iniziative riguardano i corsi di preparazione alla nascita, e l'istituzione di un Albo locale e la formazione delle Baby-sitter.
Un ruolo importantissimo all'interno del Centro lo riveste l'associazione Libellula, costituita nel 1992, che raggruppa tutte quelle mamme e operatrici che in forma volontaria prestano le loro ore al servizio delle attività del Centro, attraverso una convenzione stipulata con il Comune di Comacchio.
In questo "fertile" contesto è nato il Progetto Ludobus, rivolto specificatamente ai bambini, ma anche ai genitori o ai nonni, che abitano in zone disagiate, per avere occasioni di attività, giochi, informazione e incontro, durante la stagione estiva.
"Abbiamo fatto un corso di formazione a Bolzano nel 1992", inizia a spiegarci Daniela Mangolini una delle operatrici del Progetto Ludobus, che abbiamo incontrato, attorniata da venti bambini,  in un assolato pomeriggio di agosto, a Goro, e continua "eravamo in un gruppo di dieci operatrici ferraresi. Ci siamo molto divertite, perché a Bolzano per farci capire come si poteva strutturare l'attività con i bambini, ci hanno proposto di giocare noi stesse dalla parte dei bambini. Sono state giornate di gioco e apprendimenti sperimentati in prima persona. I Ludobus hanno origini recenti. Nati negli anni settanta, si sono sviluppati, grazie all'opera di sensibilizzazione e promozione della Fondazione Van Leer, prevalentemente nel Nord-Europa e nel Trentino Alto Adige per offrire risposta al bisogno di giocare e di aggregarsi di molti bambini, in zone particolarmente isolate. Il metodo pedagogico ci è sembrato confacente e applicabile alla nostra realtà territoriale. Il Delta del Po, fatto di piccoli centri e casolari isolati nelle vaste campagne e nella laguna, rallenta e, a volte, allontana le relazioni interpersonali. Storicamente il nostro territorio è stato, purtroppo,  teatro di conflitti umani che molto hanno determinato l'attuale difficoltà di convivenza tra le varie comunità lagunari e rivierasche. Soprattutto oggi le nostre comunità si trovano ancora isolate e tenute a distanza da altre, si fa per dire, più ‘evolute'. E' per questi ed altri motivi che ci sembrava importante avviare una attività di socializzazione a partire dai bambini, ad integrazione e ampliamento delle attività già svolte dalla scuola, dalla famiglia e dalla parrocchia".
Ci sono varie tipologie di Ludobus: ad attività miste, monotematici e specializzati. Il Ludobus-Delta, applica sia le attività miste che i filoni monotematici.
Le attività miste propongono svariate attività: con attrezzi ludici (trampoli, acquiloni, materassi), giochi organizzati (di movimento, giochi di  squadra), laboratori-atelier (stesura e stampa di giornalini, costruzione di maschere, burattini, murales), angoli attrezzati ( angolo morbido per i piccoli, angolo del prestito di libri e giocattoli, informa-genitori).
I Ludobus monotematici, invece, presentano le attività indicate all'interno di un Tema-Progetto generale (per esempio il ‘Gioc'ambiente', con costruzione di giochi-giocattoli-sonorità-storie, a partire da materiali raccolti nei campi, sulla spiaggia, di recupero) su cui si lavora per un certo numero di incontri.Lo scheletro metodologico sul quale si impiantano le attività è caratterizzato da alcune costanti: il gioco, l' avventura e la conoscenza.
"Il Ludobus, per definizione, è un laboratorio viaggiante", continua Daniela "di solito i Comuni che ospitano l'iniziativa mettono a disposizione i propri pulmini scolastici, attrezzandoli secondo le nostre esigenze. Nel pulmino devono, infatti, esserci dei contenitori adatti al trasporto di giocattoli, libri, materiali per le diverse attività e per il prestito. Una presa a 12 volt per far funzionare, anche laddove non vi sia una presa di corrente, un amplificatore per la musica o la voce, attrezzature per i grandi giochi, per l'allestimento di un teatrino, ecc. Quando nella piazza del paese, o nel cortile della scuola, arriva il Ludobus, è una gran festa, è come quando decenni fa arrivava l'ambulante che teneva spettacoli d'arte varia. Intendiamoci, la situazione non sempre è così favolesca. Cerchiamo comunque di rispettare una certa ‘ritualità dell'evento', che prevede all'inizio del laboratorio la conta dei presenti e dei canti di gruppo. Per continuare con seguitissime attività di drammatizzazione, giochi di conoscenza, sfilate di moda, travestimenti. Fino all'immancabile festa di fine stagione con canti, giochi e torte preparate dalle mamme".
Il Ludobus, nei mesi estivi,  arriva nei Comuni (Comacchio, Goro, Mesola), due pomeriggi alla settimana dalle ore 16 alle 19. Possono prendere parte ai giochi tutti i bambini, anche villeggianti, basta lasciare un segno della propria presenza, firmando un modulo all'arrivo.
  
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"Siate Parchi" Teatro e Natura
Termina in mare il cammino della compagnia teatrale Koinè, che dal 1985 porta in scena su tutto il territorio rappresentazioni definite progetti estetico-ecologici

Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna gennaio - febbraio 1998)

Arrivano dalla montagna, gli attori della compagnia teatrale Koinè, in cammino attraverso i boschi dell'Emilia-Romagna, per spiegare, descrivere e ammirare il mondo meraviglioso, segreto e simbolico della natura, per raggiungere le pinete marittime del Delta del Po. Finisce, per così dire, a "mollo", in mare, il viaggio teatrale della compagnia modenese, che dal lontano 1985 mette in scena, in tutto il territorio italiano, rappresentazioni definite: progetti estetico-ecologici. Niente paura, è come dire: spettacoli teatrali ambientati e ispirati alla natura.  
Quelle di Lido di Volano, e della Pineta di San Vitale a Ravenna, sono state le tappe conclusive del lungo itinerario regionale, effettuato nell'estate 1995, attraverso i principali boschi dell'Emilia-Romagna.
"Siate Parchi", è il titolo dell'ultima rassegna, curioso e simpatico al pari di quelli delle stagioni precedenti. Qualche altro titolo: "State Bradi", Roma 1985; "Memoria di Pietra", Monte Baldo 1986; "Il terzo occhio del lago", Terni 1989; "Acquedotte", Trento 1991, "Di acque terrestri", Modena 1992, e così via.
Titoli forti, enigmatici, densi di significato, che sarebbero efficacissimi anche su copertine di libri importanti, o nei titoli di testa di grandi film, frutto di un grande lavoro di sintesi e attenzione alle regole fondamentali della comunicazione del secondo millenio: velocità ed efficacia. Questa sottolineatura, per chi non l'avesse capito, non è nient'altro che un giudizio positivo e appassionato su uno spettacolo visto in un caldo pomeriggio di settembre, nella pineta di Lido di Volano, che avrebbe meritato ben di più di quei pochi spettatori che eravamo. Per fortuna noi di Laguna l'abbiamo documentato e "restituito" alla Storia. Anche perché al di la della situazione specifica di Mesola, gli spettacoli della compagnia Koinè sono irripetibili. Per il fatto stesso che ogni rappresentazione avviene in luoghi e ambienti diversi, rende unica ogni recita. Itinerante è la parola che meglio definisce la "scena" nella quale si collocano gli attori della compagnia. Itinerante è il palcoscenico, con il pubblico che segue passo a passo per due ore i teatranti, prima in pineta, poi nelle sterpaglie delle dune, poi sulla spiaggia, poi nelle acque interne, per finire nello stesso punto della pineta da cui si era partiti, descrivendo un grande anello di alcuni chilometri. Un'unica rappresentazione, per poi passare ad un'altro luogo, la settimana successiva, adattando continuamente scene, tempi, e parole alle nuove situazioni. Affascinante. Posso dirlo? Siamo lontani anni luce dalla televisione massificata, ripetitiva e menzognera.
Al termine della rappresentazione abbiamo chiesto al colto e raffinato regista della compagnia, Silvio Panini, di spiegarci meglio come si articola lo spettacolo, e le motivazioni che lo sostengono.
"Lo spettacolo è un dramma in quattro atti unici," inizia Silvio Panini, "preceduti da un prologo e da un epilogo. La struttura prevede che sia il prologo che l'epilogo vengano sempre mantenuti nella stessa posizione drammatica, cioè all'inizio e alla fine, mentre i quattro atti unici possono essere cambiati a seconda della condizione ambientale nella quale ci si trova camminando lungo i sentieri dei parchi.
Tutte le stazioni itineranti, trattano di problematiche riferite alla ‘simbologia vegetale', in quattro religioni storiche.
La prima è rappresentata dall'albero rovesciato: la swatta, della tradizione Induista. In molte iconografie e in molti upanishad, si parla di questo albero con le radici in alto e i rami in basso, che ribalta tutte le concezioni del cosmo.
La quercia dei druidi, è l'albero della tradizione Celtica. Attorno alla quale si svolgevano le ritualità dei sacerdoti, i druidi: la famosa quercia sacra. In modo particolare al vischio, pianta parassita che si attacca alle querce, dalle cui bacche i druidi pensavano di ricavare la medicina che guariva qualsiasi malattia.
Un'altra scena è tratta della quercia della Grecia classica, l'albero della tradizione europea, più mediterranea. Detta quercia di Dodona, questa pianta era all'interno di un recinto nel tempio più importante della Grecia antica, attorno alla quale le sacerdotesse in trance dal rumore che provocava il vento sulle foglie divinavano, cominciavano a parlare, anche in modo surreale. Un primo esempio di scrittura automatica, che i sacerdoti interpretavano.
Il quarto è l'albero della tradizione biblica, comprendente l'Islam, Maometto, e l'antico testamento. Si parla del paradiso ebraico dove sono presenti le vergini bianche. Sono vergini rituali, attorno alle quali si focalizza gran parte della tradizione islamica:  l'uomo che muore si congiunge spiritualmente (non carnalmente) con loro.  
L'ultima scena, l'epilogo è una citazione cinese. I cinesi sono quelli che come tradizione sulla piantumazione di alberi avevano i maggiori riti. Riti molto complicati e molto belli. I contadini cinesi non cominciavano ad arare il campo prima che l'imperatore non avesse fatto con tutta la casta nobile un solco rituale in un campo vicino al palazzo, al castello. Noi abbiamo citato una delle tante bellissime tradizioni rituali per la piantumazione, mescolando vari aspetti della tradizione cinese, che termina nella piantata reale (nel senso che finito lo spettacolo l'alberello rimane lì per sempre), di un piccolo pino marittimo.
C'è sempre un uomo che fa da tramite tra l'albero, il genere umano e le simbologie trattate, è una sorta di guida, di Cicerone che accompagna gli spettatori dietro la compagnia teatrale nel bosco. La guida recita due monologhi. Il primo è una descrizione degli alberi e dei muschi secondo le categorie della botanica universitaria contemporanea. Disciplina fredda, fatta di tassonomie, classificazioni precise, nomi, ecc. Mentre l'altro è una descrizione della botanica più da un punto di vista di Goethe, il grande scrittore tedesco, che ha dedicato un libro sulla morfologia delle piante. E' una botanica più simbolica, più spirituale, perché nell'antichità l'albero era il "tempio" delle grandi religioni, che a me sembra molto interessante.
Lo spettacolo che abbiamo tenuto a Lido di Volano, era l'ultima tappa di un lungo giro che ha attraversato i principali parchi della regione Emilia-Romagna, e si è svolto in una bellissima ambientazione, tra la pineta e il mare, in uno dei pochi tratti di costa puro che è rimasto nell'Alto Adriatico.
Lo spettacolo si adatta alle biocenosi, agli ambienti biologici vari dove andiamo a tenere gli spettacoli. A seconda dell'albero attorno al quale sviluppiamo le scene, parliamo di acque di faggio, di querce, di tiglio, ecc.
L'episodio di Lido di Volano è la prima scena del filmato che documenta l'intero ciclo di spettacoli tenuti nell'estate 1995, fino al monte Giovo, a 1500 metri, sul crinale tra Modena e Lucca. Un'altra tappa è stata realizzata all'interno della pineta di San Vitale, in provincia di Ravenna, sempre nel Delta del Po.
Gli attori sono vestiti di bianco, soprattutto per far fronte al problema di creare contrasto con il verde degli alberi, e per renderne eterea la presenza, non collocata in nessuna epoca storica. L'unico riferimento dei costumi, a precise situazioni culturali e storiche sono i cappelli: a seconda delle scene, si mettono una tela indiana, i cappelli con le corna delle donne celtiche, un copricapo di frasche per ricordare la Grecia, per evidenziare la provenienza etnica della scena che stanno rappresentando".
Ma quello che "fa la differenza", rispetto ad altre rappresentazioni teatrali è l'assoluto rispetto dell'ambiente, troppo spesso deturpato per "esigenze sceniche", invece qui non modificato e anzi esaltato nella suo aspetto selvaggio e imprevisto, e la fedeltà nel riproporre modi di intendere la natura ormai storicizzati, troppo spesso relegati in soffitta e denigrati.
Bravi ancora, e come alla fine di ogni spettacolo che si rispetti, i titoli di coda:
progetto e regia di Silvio Panini, testi di Paolo Pagliani, musiche di Paolo Grandi, allestimenti di Cesare Panini, costumi di Massimo Sarzi Amadè.
Musicisti: Rossana Capellari, Paola Garavaldi, Paolo Grandi, Claudia Oddo, Laura Sarti, Maria Caterina Smeriglio.
Attori: Loredana Averci, Bruna Del Zotto, Giorgio Brescianini, Chiara Mori, Sara Tarabusi, Barbara Corradini. Tecnico: Andrea Regnani.
   
ostellato1web Delta del Po: una Storia ritrovata
Esposti nel Museo Civico di Storia Naturale del Delta del Po, a Ostellato (Ferrara), migliaia di reperti, animali naturalizzati, cartine, documenti di grande interesse scientifico e culturale costituiscono un nuovo punto di approdo per gli eco-turisti


Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna gennaio - febbraio 1998)
Il Delta del Po ha un museo in più. Quello di Ostellato, aperto da poco più di anno (giugno 1996), ha già le carte in regola per collocarsi tra i più importanti musei di Storia Naturale dell'aerea Mediterranea. Per diverse ragioni, che ci facciamo spiegare dal direttore Dott. Roberto Basso. A soli quarant'anni, il dott. Basso, vanta un curriculum professionale eguagliabile solo da uno scienziato con il doppio dei suoi anni lavorativi. Catapultato dalla natia Cuneo in quel di Lecce, ha fondato nel 1982 il Museo Civico di Storia naturale del Salento a Calimera, che ha diretto fino al 1995, collaborando con tutte le università, gli istituti scientifici, e i gruppi di volontariato ecologici di diversa natura e stile di intervento. Autore di oltre 35 pubblicazioni scientifiche su riviste universitarie o specialistiche, inerenti scoperte o studi scientifico-naturalistici. Roberto Basso, quando è arrivato a Ostellato, non solo aveva già chiaro cosa doveva essere fatto per istituire il nuovo museo, ma si è portato dietro camion interi di reperti raccolti in vent'anni di studi e ricerche in tutta l'area mediterranea. In pochi mesi di intenso lavoro, con uno staff ridottissimo di persone, l'inseparabile Maria, e altri volontari dell'A.R.C.A. (Associazione per la Ricerca e Conservazione Ambientale) - 113 ecologico, aiutati dalle maestranze municipali, il museo è stato attivato, ed è oggi visitabile con uno spettro di orari di apertura molto ampio.
Dottor Basso, perché un'altra struttura per la conoscenza scientifica e naturalistica del territorio deltizio?
« Nel Delta del Po sono già presenti altre strutture il cui obiettivo è fare educazione scientifica e ambientale, come il Centro di Educazione Ambientale del castello della Mesola, il Museo delle valli d'Argenta, il Museo delle valli di Comacchio, ecc. Quello che ho progettato e che coordino io, ha l'ambizione di essere la "summa" degli altri, che a partire dalla nostra zona di studio, integri reperti e conoscenze dell'intera area mediterranea. Nell'ideare la parte espositiva del museo, che attualmente occupa 900 metri quadri, ho pensato di ragionare in prospettiva.
Con l'istituzione delle zone protette, e con l'imminente definizione del Parco, abbiamo assistito e assisteremo in misura sempre più massiccia a soste di volatili migratori, sull'asse Nord Europa-Sud Africa, nel cosidetto "albergo" del Parco, sempre più attrezzato e sempre più a misura di uomo e animali. Gli uccelli che tra poco arriveranno nelle nostre terre, sono quelli che già ho schedato classificato e analizzato nel museo di Calimera, e che nella maggior parte dei casi provengono da importanti raccolte storiche come quelle di Re Vittorio Emanuele II e III, della fine dell'ottocento, che dopo varie peripezie nei decenni, e di restauri sono oggi esposte al pubblico.
Il Museo si articola in sette sezioni: Geologia e Geomorfologia del territorio, Ornitologia (uccelli), Mammologica (mammiferi), Erpetologica (rettili), Paleontologica (fossili), Biologia marina e acque interne (pesci, molluschi, crostacei, echinodermi), Osteologica (scheletri).
Al momento abbiamo dato la priorità alle esposizioni ornitologiche e mammologiche, perché sono collezioni che custodiscono dei reperti soggetti a deterioramento. Questo materiale, così delicato è il primo ad essere stato restaurato e poi esposto.
Ogni sezione è costituita da due tipi diversi di reperti: espositivi e di studio. La prima raccoglie 3000 reperti preparati tassidermicamente (detti volgarmente imbalsamati), che si possono osservare esposti in bacheche di vetro. La seconda è materiale esclusivamente di studio: 7000 tra scheletri, pelli, fossili e minerali, che consentono a studenti di ogni ordine e grado di poter osservare, studiare, confrontare, misurare, manipolare, i reperti, contenuti nel laboratorio didattico.
Il metodo espositivo è sistematico ed esaustivo per ogni specie, nelle sue principali differenziazioni: dimorfismo, sesso, età, fattori anomali.
Il visitatore osserva le didascalie del materiale esposto nel museo, seguendo pochi e semplici criteri: la specie evidenziata da un colore, se la specie è vivente e nidificante, se è stanziale, migratoria o accidentale.
Si conosce il livello di altitudine guardando la colorazione della piramide, simbolo grafico che rappresenta le altezze. Abbiamo in programma a breve termine, di aggiungere le didascalie in inglese in francese, e soprattutto in dialetto. Per i visitatori anziani delle valli, infatti, l'attribuzione dei nomi è data in dialetto. Ad esempio loro conoscono il "Magasso", che non esiste nella classificazione ufficiale dei volatili. Quando abbiamo individuato insieme l'esemplare imbalsamato esposto nel museo, abbiamo scoperto che è il Moriglione, in volgare italiano, e Aythya Ferina in scientifico latino».
Ci ha parlato di laboratorio didattico, di educazione ambientale. Ci vuole esporre i servizi offerte alle scuole?
« Le scolaresche sono i nostri interlocutori privilegiati. Nel 1997, infatti, più dell'80 % dei 4000 visitatori paganti, erano scuole, perlopiù provenienti da fuori regione. Abbiamo messo in campo diverse iniziative didattiche e promozionali. Per prima cosa: biglietto ridotto. Seconda: visita guidata gratuita. Terza: possibilità di ritornare a visitare gratuitamente il museo, per confrontare gli esemplari osservati dal vivo con quelli classificati, conservando il biglietto d'ingresso per tutto l'arco dell'anno in corso, tutte le volte che lo si desidera.  
Abbiamo una biblioteca di oltre 20.000 tra volumi e riviste di argomenti naturalistici, purtroppo non ancora aperta al pubblico, però se scuole o studenti vogliono avere informazioni più specifiche su una specie di animale, su di un biotopo, sulle tecniche di ripristino ambientale, basta scrivere, noi fotocopiamo e gratuitamente inviamo il materiale che pensiamo possa essere utile.
Offriamo assistenza alle scuole a vari livelli: progettazioni di erbari, classificazione di reperti trovati in laguna, suggerimenti su unità didattiche.
Ospitiamo scolaresche con le quali realizziamo animali, in terracotta, di valle o fauna tipica del territorio. Modelliamo insieme l'argilla, successivamente la cuociamo e la inviamo alla scuola dove i ragazzi la finiscono di decorare.
E' partito da pochissimo un bel progetto con la scuola media statale Biagio Rossetti di Ostellato, per l'allestimento di una sala del museo dedicata ai lavori tradizionali dei lagunari: la caccia e la pesca. Coordinati dai prof. Giancarlo Mucchi, Stefania Romani, Elena Muzzani.
I ragazzi della scuola media, raccolgono reperti della civiltà palustre comacchiese: modellini di barche realizzate dai maestri d'ascia, le fiocine per catturare le anguille, gli stampi per i richiami intarsiati a mano durante le lunghe notti d'inverno davanti ai camini dei cacciatori di valle. Portano tutto a scuola, analizzano il materiale, lo catalogano e lo fotografano. Nel giro di qualche mese hanno già schedato 500 pezzi.
Le "chicche" della collezione sono i richiami per la caccia, raffiguranti vari dimensioni di chiurli, in legno della fine dell'ottocento e un centinaio di fischietti per imitare il verso degli uccelli che sono vere e proprie opere d'arte, realizzati in legno, ottone, osso, canna palustre, tutti materiali poveri reperibili allora.
In una dimensione invece più rivolta al mondo delle professioni, abbiamo appena concluso, nel nostro laboratorio, uno stage di artigianato artistico-naturalistico, dove sono state sperimentate le tecniche per l'utilizzo di materie povere come l'argilla e la cartapesta, per realizzare riproduzioni di figure di animali lagunari.
Abbiamo l'ambizione di essere il punto di riferimento per tutti quei giovani che intraprendono itinerari scolastici tipo scienze naturali, biologiche.
Ci sono, infatti, già 5 ragazzi, iscritti all'A.R.C.A. - 113 ecologico che, dopo aver partecipato ad un corso di formazione per "Operatore Eco-museale",  gestiscono volontariamente le visite guidate nel museo».
Il museo ha avuto importanti riconoscimenti: finanziamento e patrocinio del Ministero dell'Università Ricerca Scientifica e Tecnologica, Ireda Istituto di Didattica Ambientale di Napoli, Consorzio del Parco del Delta del Po, Amministrazione Provinciale di Ferrara, ProNatura e FederNatura Italia.

   

cattolica2web

Tesori sommersi
Il centro Culturale Polivalente di Cattolica organizza annualmente un corso in Archeologia e Storia Navale, per diffondere la conoscenza non solo teorica delle tecniche di navigazione tradizionale in Adriatico

Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna settembre - ottobre 1998)

 Appassionati di mare si nasce, Archeologi Navali si diventa.
Devono aver pensato una cosa del genere gli organizzatori del corso in "Archeologia e Storia Navale", che si tiene ogni anno in agosto dal 1995 a Cattolica, famosa località balneare in provincia di Rimini.
Premesso che l'Archeologia Navale non esiste ancora come disciplina autonoma di studio, e nessun altro corso o seminario è stato organizzato in Italia, l'appuntamento di Cattolica ha giocoforza il significato di lanciare questa materia di studio, e di delinearne confini, competenze e caratteristiche.
Fortemente voluto dall' "Istituto Italiano di Archeologia e Etnologia Navale" (d'ora in poi IST.I.A.E.N.) di Venezia, fondato nel 1994, con il patrocinio dell'Istituto Beni Culturali Regione Emilia-Romagna, dalla Soprintendenza Archeologica dell'Emilia-Romagna e del Veneto, il corso è una vetrina per tutti quei ricercatori, studiosi o semplici appassionati che lavorano in modo interdisciplinare sulla storia e sull'identità culturale delle genti e dell'ambiente dell'Alto Adriatico.
I relatori che si susseguono davanti ad una platea di un centinaio di persone, formata da archeologi subacquei, storici, studenti di facoltà storiche, impiegati di archivi o biblioteche navali, marinai, giornalisti, ecc., corrispondono all'idea che l'IST.I.A.E.N. ha della Archeologia Navale: "Il recupero della nave antica come unità complessa e spazio su cui vive ed opera un'intera comunità". Dopo i corsi di Cattolica, non sarà più possibile, o perlomeno è quello che si augurano gli organizzatori, individuare un relitto, asportarlo in due o due quattro, e metterlo alla meno peggio nel primo museo che capita, dimenticandosi della sua presenza.
Quello che i relatori si sforzano di spiegare è che la ricerca subacquea è un tutt'uno con l' etnologia umana e navale, che i reperti antichi sono un tutt'uno con le recenti tecniche di costruzione navale di pochi decenni fa.
In sostanza il mare è un grande ambiente, complesso, teatro di infinite vicende umane (commerciali, di conquista, esplorazioni, belliche, avventurose, ecc.), ancora poco studiate, per lo più sconosciute o dimenticate. Quel mare inteso come "ponte", utilizzando la traduzione in sanscrito, tra culture, popoli e territori.
Ogni cognizione ed elemento sarà perciò importante per creare questa sorta di grande Enciclopedia del Mare, che i relatori di Cattolica stimolano a creare.
Vediamo più in specifico chi c'è stato e ci sarà anche quest'anno a Cattolica, e i prossimi anni, perché visto la buona e qualificata presenza di corsisti, è scontato che l'esperienza continuerà e si rafforzerà.
Le tecniche antiche di costruzione navale, fino ad arrivare alla definizione vera e propria di "Architettura Navale", le tratta Marco Bonino, uno dei principali studiosi italiani contemporanei della materia, autore di importanti contributi su riviste italiane e straniere e di alcuni volumi, tra cui ricordiamo "Archeologia e Tradizione Navale tra la Romagna e il Po", Ravenna, 1978.
Mario Marzari, grande esperto di marineria tradizionale, presenta le imbarcazioni tradizionali in Italia, descrivendo i pochi cantieri della nostra penisola ancora esistenti.
La navigazione preistorica, quella fenicio-punica, e in generale elementi di navigazione antica, sono approfondite da Stefano Medas, offrendo diversi spunti di confronto per l'attuale geografia dei porti, o degli insediamenti abitativi sulle coste, con l'attenzione ad una analisi comparata sul commercio delle materie prime. Medas descrive le tipologie di imbarcazioni dall'età preistorica ad oggi. Una curiosità nelle esposizioni di Medas, è la descrizione dello "Zoppolo", antichissima imbarcazione monossile, che ha mantenuto inalterate le sue caratteristiche nel corso dei secoli: un semplice tronco scavato, testimonianza del modo "primordiale" della navigazione, che era in uso fino all'inizio del nostro secolo nel golfo di Trieste!
Piero dell'Amico, ha più volte affrontato il tema delle navi egizie, evidenziando la tecnica costruttiva dei papiri, e ha approfondito l'architettura navale nell'età classica. Particolare attenzione è stata rivolta al metodo di giunzione delle tavole dello scafo: la famosa tecnica del tenone e del mortase, primi esempi di incastri con spinotti interni per resistere all'usura.
Le navi medievali, tra cui la Cocca, la Galea, la Caravella, e altre navi che hanno fatto diventare "grande" l'Arsenale di Venezia, sono ampiamente analizzate da Marco D'Agostino.
Durante la costruzione dell'Aeroporto di Fiumicino, a Roma, nel 1959,  furono trovate diverse navi di età romana: quattro mercantili, una barca da pesca, e due superstiti frammenti di altre navi.  I lavori di scavo e di conservazione delle navi sono illustrati da Roberto Petriagi, direttore del Museo delle navi di Fiumicino, inaugurato nel 1978.
Lucia De Nicolò, presenta le imbarcazioni tradizionali dell'Adriatico: Bragozzo, Tartana, Trabaccolo, e i loro modi differenti di  gettare le reti e pescare.
Il modo di andare in Adriatico, i sistemi tradizionali per orientarsi e altri aneddoti, sono raccontati con grande calore e passione (raccogliendo sempre numerosi e sentiti applausi dei corsisti ) da Riccardo Brizzi, grande conoscitore delle tecniche di navigazione tradizionale in Adriatico.
Gli interventi di Brizzi sono sempre rivolti a "semplificare" e a smitizzare il mondo della navigazione, a sua detta "oggi troppo sofisticato e ingannatore". Innanzitutto, secondo Brizzi, la bussola non risponde adeguatamente all'esigenza "storica" di orientamento, visto che nell'antichità bastava il sole ad orientarsi.
Una volta si navigava senza strumenti.  Si poteva seguire il moto ondoso, la cosiddetta Onda Oceanica di ritorno, contro un atollo o un'isola. La direzione costante delle onde indica la rotta da seguire. Come fondamentale era l' "assaggio dell'acqua", dalla sensibilità delle dita si rilevava il grado di salinità per misurare la distanza dalla costa.
Prima della bussola c'era il Pinace, quadrante che veniva puntato sul sole, dal quale si ricavava l'orientamento e la rotta desiderata, con indicati i nomi dei venti e non i punti cardinali (proprio perché era sufficiente seguire la direzione dei venti ).
La bussola, viene introdotta dai cinesi nel tredicesimo secolo. Da quel momento si iniziano a fare i calcoli trigonometrici, e si comincia a scrivere i "portolani", descrizione quasi maniacale dei rischi di navigazione nel Mediterraneo.
Il maestro d'ascia Guido Franchini, tiene presso il cantiere navale del collega (anch'egli maestro d'ascia) Alfonso Manzi a Cattolica, delle lezioni dal vivo sul "calafataggio", sulla piegatura del legno col fuoco, e spiegazioni all'interno dell'ossatura di un grande peschereccio.
Al corso ogni anno si aggiungono sempre nuovi soggetti e associazioni che lavorano per la salvaguardia delle imbarcazioni tradizionali dell'Adriatico, tra gli altri ricordiamo: Africo Benedetti e Giorgio Montanari del "Circolo Nautico di Cervia", impegnati nella manutenzione del lancione "Tre fratelli"; l'ing. Gianni Casadei, presidente dell'Associazione Barche sull'Adriatico di Bellaria".
Sergio Piconi, descrive e presenta i musei navali italiani, che purtroppo non sono tanti, e molti versano in cattive condizioni o sono stati progettati male. Grande aspettativa c'è per l'allestimento definitivo del museo dedicato alla Nave Romana di Comacchio (Ferrara), considerata da diversi relatori del corso come "la più importante scoperta archeologica italiana degli ultimi decenni, un trattato di costruzione antica di valore fondamentale".
L'aspetto metodologico e organizzativo della ricerca archeologica e storica è approfondito da Luigi Fozzati, coordinatore instancabile del corso, membro dell'IST.I.A.E.N., che ha più volte rimarcato l'importanza della ricerca interdisciplinare, senza cadere in particolarismi, cercando di avere sempre una visione completa dell'analisi.
Il territorio offre delle mostre visitate dai corsisti, tra le quali quella famosa sulla marineria del porto di Cesenatico, e quella di Enzo Gaudenzi di Gabicce, composta da modellini relativi a imbarcazioni, tecniche e attrezzi da pesca tradizionali, realizzati dallo stesso Gaudenzi.
Quello che ha rende interessante e "vivo" il corso, è l'aspetto "operativo". La possibilità di sperimentare concretamente le tecniche di navigazione tradizionale in Adriatico, ampiamente presentate analizzate e discusse in sede teorica durante le lezioni del mattino. Tutti pomeriggi, infatti, dal porto di Cattolica, salpano quattro imbarcazioni degli anni venti e trenta, tra gli sguardi curiosi dei bagnanti, con a bordo i corsisti "archeologi navali".
A condurre le barche, il già citato Riccardo Brizzi, anziano veterano del mare, insieme a marinai locali di provata esperienza, che hanno coinvolto gli improvvisati equipaggi nelle manovre più difficili con le pesanti vele al terzo, e il duro timone. L'andamento in mare è generalmente lento, tranne i momenti di vento forte, annunciato dai mille scricchiolii dello scafo, dove anche le antiche vele coloratissime, riprendono vigore riscoprendo dimenticate forme.
  

maistraweb

In barca sul Po di Maistra

Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna settembre - ottobre 1997)
C'è chi lo paragona alle Everglades della Florida. Per attraversarlo a volte bisogna abbassare la testa, per non toccare la bassa vegetazione che quasi tocca l'acqua. E' definito il più bel ramo del delta del Po. Forse qualcuno ha già capito che stiamo parlando del Po di Maistra, il ramo più affascinante della foce del grande fiume.
Per i navigatori del Po, il ramo di Maistra è una conoscenza consolidata, per chi non c'è mai stato, questo articolo è un invito ad andarci. Per tante ragioni.
Innanzitutto è uno dei rami che meno ha risentito dell'opera "razionalizzatrice" dell'uomo. Il suo corso ha un'andatura curvilinea che accentua l'effetto dinamico che lo caratterizza. La peculiarità del Po di Maistra è che raramente si riesce a sfociare in mare con barche che superano una certa misura di pescaggio. Di solito solo gommoni o piccole batane in legno dal fondo piatto riescono a superare la secca che si viene a formare con le maree in corrispondenza dell'imbocco con il mare aperto. Tantissime barche che hanno provato ad uscire in mare, provenendo dal Po di Maistra si sono insabbiate, con tutti i disagi che ne derivano.
Per questa ragione, negli anni, quello di Maistra è diventato fondamentalmente un corso d'acqua "elitario", escluso alla grande navigazione, attraversabile dai pochi natanti "a misura".
Poca navigazione, scarsi interessi commerciali, hanno allontanato il turismo di massa dalle sue sponde. La natura ha fatto il resto. Quello che noi oggi vediamo è un corso d'acqua suggestivo, da esplorare, all'interno del quale si è creata un'oasi naturale meta di tantissimi amanti della caccia fotografica.
Ne sa qualcosa Simone Cacciatori, giovane figlio di Marino, famoso traghettatore conosciuto da tutti gli abitanti del Delta del Po, che insieme a Paolo Bozzato, intraprendente gestore dell'albergo ristorante Cavalli di Loreo, ci ha accompagnato dentro questo spettacolare ambiente naturale.    "Ogni estate accompagno centinaia di appassionati di birdwatching e caccia fotografica, in mezzo alle paludi" racconta Simone, "vengono da Milano, dall'Emilia, dal Veneto, ne carico due-tre alla volta, non di più, e via che si va nel cuore dell'oasi. Inizialmente si parte con il motore su di giri per vincere la corrente del Po di Venezia, che tra tutti quelli della foce è il ramo che ha la portata maggiore, poi una volta imboccato il nostro fiume, la prua si abbassa, il motore rallenta, e non si può più andare veloci perché i miei passeggeri vogliono gustarsi ogni metro di panorama. A metà percorso si entra in una sacca, a motore spento, prima con la spinta inerziale della corrente, poi spingendosi con un remo.
Lo spettacolo qui è unico, siamo nel cuore dell'oasi: acqua, verde, canneti e cielo. Rumoreggiano migliaia di uccelli che i miei passeggeri conoscono meglio di me. Se li guardano, li fotografano, a volte mi fanno stare qui in mezzo alla laguna, per delle ore, non ne hanno mai abbastanza. Dicono che è un modo di rigenerarsi dalla vita di città. Che facciano pure, io che sono sempre vissuto in questi silenzi a volte certe loro ‘estasi', annunciate da verbali ‘Oh, oohh' mi sembrano esagerate. Appena posso cerco di portarli fuori dall'oasi, e li faccio ‘sfrecciare', si fa per dire, dentro strettissime viuzze d'acqua delimitate da fittissime frasche al vento. Essendo corridoi stretti l'impressione é che si stia navigando velocissimi, in realtà la lancetta segna le stesse miglia di quando eravamo nel tratto di fiume più largo. Anch'io ho i miei trucchi per far divertire la gente!".
Il giro in barca con Simone e Paolo, prosegue verso lo scanno di Boccasette. Siamo ormai vicini al mare, le correnti dell'acqua si scontrano, e ci si diverte ad immaginare il confine tra l'acqua dolce e quella salata.
Alla nostra destra ci attende uno spettacolo unico: stormi di fraticelli che svolazzano liberi sullo scanno. Nessuno li disturba, é una scena insolita, è difficile immaginarci una distesa così grande di sabbia allo stato naturale con migliaia di uccelli incuranti del resto del mondo, a due passi dalle nostre, per certi versi, invivibili città.    
"La natura esplorata ‘via acqua', è tutta un'altra cosa", rompe il silenzio improvvisamente l'altro nostro accompagnatore Paolo Bozzato, e continua, "entrare dentro la laguna con una barca è l'unico modo per avvicinarsi al ‘mistero' del nostro delta, quello di cui tanti credono di aver sperimentato, ma che invece hanno assaporato solo in parte, fermandosi a fare qualche foto dai bordi di un canale, dall'alto di un argine, o tutt'al più da un ponte. Quelli che noi stiamo sperimentando e proponendo ai nostri visitatori sono  itinerari d'acqua, unica e vera possibilità di scoprire e conoscere il cuore del Delta. Perché il Delta ‘culturale e artistico' lo si trova facilmente, e ben espresso in località come Comacchio, Pomposa, Adria e Mesola, mentre il Delta ‘selvaggio e naturale' è questo, è qua nel Veneto. Così da qualche anno stiamo cercando di far conoscere questa forma di turismo ecologico, rivolta a piccoli gruppi di persone, perché le classiche comitive da 50-100 persone sono impossibili da portare dentro questo paradiso che stiamo visitando".
Sia Paolo che Simone, nelle rispettive aziende, hanno così dato via a diverse forme di itinerari fluviali, caratterizzate in vari modi. Ne vediamo qualcuna.
Simone Cacciatori, ha due barche ormeggiate a Ca' Tiepolo, a disposizione per giri di qualche ora lungo il Po di Maistra, e a richiesta anche per altri itinerari.
Paolo Bozzato, gestisce un albergo-ristorante a Loreo, vicino ad Adria, piccolo ma affascinante centro urbano dalle architetture già in "odore" di Chioggia e Venezia. Loreo è collegata via acqua con il mare. Dall'albergo Cavalli è così possibile partire per le esclusive visite lagunare. Tra i tanti itinerari che Paolo propone, spiccano per completezza due soluzioni.
La prima prevede il noleggio della Maria Teresa, imbarcazione moderna per una decina di persone, lungo un itinerario che tocca: il Po di Levante, il Po di Venezia, il ramo del Po di Pila, la busa di Scirocco e quella di Tramontana, partenza  alle nove di mattina e rientro prima del tramonto.
La seconda è specifica per gli amanti della natura e della fotografia. Partendo sempre dal canale che attraversa Loreo, si raggiunge il Po di Maistra dove, tra gli altri, Paolo assicura la vista di Garzette, Aironi, Tuffetti, ecc. Si naviga su una barca "open" di sei metri, al massimo in sette persone, si pranza al sacco. Partenza sempre alla mattina e rientro "baciati" in faccia dal rosso sole che sta calando.
   
01TA1032 I Flagellanti di Loreo
Il Delta del Po, ha un'anima religiosa. L'abbiamo scoperto assistendo ad un rito ultramillenario che ancora oggi viene tenuto in vita da una piccola comunità di agricoltori e pescatori veneti

Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna luglio - agosto 1997)

7 giugno 1997, ore 23. Dopo aver mangiato al ristorante "Cavalli", di Loreo, in provincia di Rovigo, gestito dal creativo e intraprendente Paolo Bozzato, con Stefano e Paolo siamo andati alla ricerca degli incappucciati. Proprio così incappucciati. Ce ne avevano parlato in barca la mattina, navigando lungo il Po di Maistra: «Stanotte se girate a piedi per le strade di Loreo, attenti a non prendere paura se incrociate una processione di uomini tutti vestiti di rosso con delle fiaccole in mano, non sono altro che i flagellanti della Santissima Trinità, gente del posto, che stanno rievocando una tradizione vecchissima». E' così. La processione avanza diritta verso di noi, in prima fila un flagellante sorregge a fatica un grande crocefisso, dietro di lui decine di tuniche rosse, illuminate dalla fioca luce di tremolanti candele. Tra di loro riconosco due artigiani che ho incontrato anni prima al cantiere navale "Fratelli Doni", dove si fanno pescherecci secondo i sistemi di costruzione tradizionale. Mi salutano caldamente nonostante il raccoglimento della funzione religiosa.
Quella sera abbiamo assistito ad un piccolo evento di religiosità popolare, che difficilmente compare nelle pagine dei giornali o nelle cronache delle televisioni, perché è un rito intimo, antichissimo, che viene ripetuto da secoli senza variare nessuna di quelle regole che lo hanno istituito.
Difficile da capire, difficile da spiegare.
Abbiamo chiesto aiuto a qualcuno che "vive dal di dentro" quell'esperienza, così particolare. Qualcuno del posto, amante della storia locale. E' Andrea Bellato, il nostro interprete, giovane storico di Loreo, che ha conservato tutti i documenti importanti per approfondire e contestualizzare nel modo migliore questo strano rito svolto da uomini in rosso, al quale abbiamo assistito, tra lo sorpreso e l'indifferente.
«Nel duecento l'Italia pullulava di compagnie di penitenti», attacca Bellato «la confraternita di Loreo è stata fondata nel 1608 dal vescovo Lorenzo Prezzato. Le informazioni che vi darò sono tratte dal volume di Piergiorgio Bassan intitolato "Confraternite veneto-polesane I Flagellanti della Santissima Trinità", editrice "Il Gerione". La Scuola è ancor oggi una associazione di laici, eretta sotto forma religiosa per l'esercizio di opere di pietà, per l'aumento del fervore religioso e particolarmente per l'incremento del culto. I confratelli non emettono voti ne' vivono in comune, giurano di osservare lo statuto e di mantenere il segreto, indossano, durante i riti notturni e le processioni pubbliche, un camice rosso con cappuccio: perciò sono denominati fradèi incapucciati della scuola della Trinità. Alla confraternita sono iscritte anche molte donne, che tuttavia non prestano alcun giuramento e sono escluse dal rito segreto e dalla processione notturna, l'unica attività svolta è la preghiera. Nell'archivio della Scuola sono conservati i sei grossi registri degli iscritti, che attualmente versano una quota di cinquecento lire all'anno, trenta centesimi nel 1872, quando i fradèi erano circa diecimila e venivano perfino dalla Calabria e dal Tirolo. Allora la Scuola si riuniva varie volte all'anno nelle maggiori solennità religiose. Oggi solo una volta, alla festa della SS. Trinità.
Il rito comincia a mezzanotte, al canto del miserere. Il priore, salutati i fratelli "fedeli", si rivolge ai "novizi", recita l'Oremus, poi tenendo il crocefisso in mano, esorta all'umiltà i novizi, che lentamente, aiutati da un confratello "padrino", indossano la veste rossa.
Dopo una serie di preghiere il priore bacia il crocefisso, lo porge al novizio più vicino, si volta verso l'altare e intona il Veni Creator Spiritus. Il rito dura un'ora, dopodiché il pubblico viene fatto uscire dalla chiesa per iniziare il rito segreto, presenti solo i fratelli della Scuola. E' l'ufficiatura segreta dei novizi, vengono recitate orazioni varie per la durata complessiva di due ore.
Verso le tre gli incappucciati escono in processione, con torce e candele accese, cantando inni e salmi, in direzione della chiesa del pilastro, ad un paio di chilometri. Dove rimarranno fino all'alba pregando a porte aperte. Poi riprende la processione di ritorno verso il paese, dove viene celebrata la messa finale, alla quale assistono in preghiera anche le sorelle, escluse dal rito notturno».
Noi, in realtà ce ne andiamo verso le due, già stanchi. Al bar beviamo un tè, prima di rientrare in albergo, ai flipper ragazzi del paese che aspettano l'ora "giusta" per andare in discoteca. Ci chiediamo se diventeranno anche loro dei flagellanti.
Risaliamo in macchina, ricordando l'ultima spiegazione della vita dei flagellanti, che ci ha raccontato Bellato: alla loro morte, i fratèi vengono posti scalzi nella bara, indossano il sacco rosso e sotto la testa la posto del cuscino viene posta una pietra nuova in segno di umiltà e sacrificio.
  
consorzioweb Un consorzio per il Delta
Tutela degli elementi naturali, protezione dell'ambiente, turismo verde ed educazione ambientale, agriturismo. Sono i settori di intervento della neonata struttura. Dalle grandi ambizioni: il Consorzio del Parco Regionale del Delta del Po

Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna maggio - giugno 1998)

Al piano terra dell'edificio dei primi del novecento, che ospita l'ufficio del sindaco di Comacchio, da tre anni c'è un gruppo di persone che, tutte indaffarate, passano da una stanza all'altra con carte in mano, documenti da fotocopiare, comunicati stampa da inviare via fax a mezzo mondo, con una energia e una carica insolita in un paese lagunare, abituato ai ritmi lenti della natura, come è Comacchio.
E' la sede del Consorzio del Parco Regionale del Delta del Po, costituito nel dicembre 1995, e operativo dall'estate del 1996.
Dopo almeno due decenni di discussioni su come salvaguardare il territorio deltizio del più grande fiume italiano, inserito tra le zone umide di importanza internazionale, secondo la famosa Convenzione Ramsar del 1972, gli amministratori delle due provincie emiliano-romagnole, Ferrara e Ravenna, si sono rimboccati le maniche e sono riusciti a far partire il Consorzio di cui parliamo in questo articolo, che segna il passaggio epocale dalla semplice fase di salvaguardia del territorio alla vera e propria gestione e promozione del territorio del Parco.
«Il Parco ospita una delle più importanti zone umide internazionali non solo per ampiezza e stato di conservazione, ma anche per la sua collocazione lungo una delle più importanti direttrici migratorie Nord-Sud. Sono oltre duecento le specie ornitologiche censite, e il fenomeno è in crescita». Ci racconta la sorridente e simpatica Lucilla Previati, architetto, direttore del Consorzio. La dottoressa Previati è fin dal primo giorno in "trincea", combattiva più che mai, per impostare nel modo più equilibrato ed efficace i mille progetti che il Consorzio si prefigge di realizzare. Tanti sono infatti i documenti, le delibere, le riunioni, le assemblee, le mappe geografiche, i progetti che girano tra le mani dell'architetto Previati, tutto da coordinare e da gestire, cercando di mettere d'accordo amministratori locali, tecnici, scienziati, agricoltori, cacciatori, ambientalisti e turisti.
Una svolta epocale avevamo detto all'inizio. Fino ad oggi ognuno aveva coltivato il proprio orticello, con i risultati che vediamo: scarsa informazione, collegamento inesistente tra i vari centri per le visite turistiche, visibilità praticamente nulla, fenomeni di degrado ambientale e sociale.
Il Consorzio si pone come punto di riferimento per tutti i soggetti (economici, culturali, del tempo libero) che gravitano nel territorio lagunare.
E' composto da rappresentanti istituzionali, tecnici di vari settori, e personale impiegatizio.
«Il nostro lavoro si sviluppa fondamentalmente attorno a questi settori: tutela degli elementi naturali, protezione dell'ambiente, turismo verde e educazione ambientale, agriturismo», prosegue l'architetto Previati,  «si parte dalle varie leggi che vengono emanate dalla Regione Emilia-Romagna, ad esempio la legge istitutiva del Parco, 11 del 1988 n° 27, la n° 3 del 1993, la n° 28 del 1993, per poi renderle operative».
 
museotrieste1web Il Museo del Mare di Trieste

Ottimo esempio di museo didattico, l'esposizione di navi antiche e medievali costituisce la "memoria storica" della cultura materiale del mondo della pesca


Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna novembre - dicembre 1997)
Nella banchina di uno dei porti più importanti del Mediterraneo, c'è il "Museo del Mare".  Trieste , dal 1972, si può, giustamente, vantare di avere uno dei pochi musei, dell'area mediterranea, dedicati esclusivamente al mare.
Di proprietà comunale, e diretto dal dott. Sergio Dolce del Museo Civico di Storia Naturale, il Museo del Mare, è un ottimo esempio di museo-didattico, dove in una bella e spaziosa struttura, si possono osservare moltissimi modellini di navi antiche, strumenti di bordo per la navigazione negli anni 1700-1800, e una sezione interessantissima dedicata alla marineria tradizionale dell'Adriatico comprendente: attrezzi per la pesca, modellini di barche e diversi plastici e diorami che illustrano in modo efficace le tecniche di pesca antiche e attuali.
"Il nucleo embrionale del Museo del Mare può essere rintracciato nella Società di Pesca e Pescicoltura Marina fondata nel 1888, con l'intento di promuovere e incrementare la pesca sulle coste orientali dell'Alto Adriatico", ci racconta il direttore  Dolce, e prosegue: " Nel 1904 la società istituiva un museo della pesca con annesso un laboratorio biologico con l'intento di dare l'avvio a studi e ricerche scientifiche nel campo della pesca in mare. Alle prime collezioni se ne aggiunsero altre negli anni successivi, soprattutto grazie a materiali provenienti dall'Istituto Nautico di Trieste, pervenendo così ad una ‘Esposizione Marittima Permanente'.  
Il patrimonio venne poi affidato alla Società Adriatica di Scienze Naturali, fino al 1968, quando il Comune istituì l'attuale Museo del Mare, nell'ex Lazzaretto S.Carlo, ed in seguito anche sede dell'Arsenale di Artiglieria, durante l'impero Austriaco. La prima sezione del museo con l'esposizione di navi antiche e medievali  fu poi aperta nel 1972".
Il museo attualmente è disposto su tre piani.
Al piano terra, in ampi saloni chiusi da soffitti a volta, sono esposti gli strumenti della scuola nautica teresiana e in due salette ci sono mostre relative a J.F. Ressel, l' ‘inventore dell'elica' e a Guglielmo Marconi.
Al primo piano troviamo la marineria triestina dell'800 con modelli di velieri, originali del cantiere costruttore (meglio definiti ‘modelli di cantiere').
Al secondo piano le origini della marineria a vapore sono sottolineate dall'esposizione di un piroscafo a ruote in legno. Nelle sale laterali ci sono plastici del porto di Trieste e altri porti della Dalmazia, carte nautiche, foto e stampe di soggetto marinaro, per finire con la quarta e quinta sala dove ci sono bellissimi plastici che riproducono le varie tecniche di pesca tradizionali.
Quest'ultima sezione val la pena di essere approfondita perchè si presta facilmente ad una fruizione didattica, originale, che supera la staticità dei singoli pezzi in esposizione.
Dentro appositi box protetti da vetri di cristallo, ci sono i plastici sopraccennati. Hanno una superficie di esposizione mediamente di un metro quadro, e sono collocati ad una altezza giusta anche per un pubblico infantile.
I plastici si sviluppano sopra e sotto la superficie dell'acqua, quest'ultima materializzata con un vetro posto in orizzontale sulla sezione del plastico. Osservando il plastico da posizione frontale, si possono vedere le barche, i pescatori e il paesaggio terrestre, e allo stesso modo sotto il piano del vetro-mare si vedono chiaramente le reti da pesca calate, le specie di pesci presenti, la flora marina e l'ambiente subacqueo.
E' un modo immediato per vedere come realmente veniva organizzata la pesca, come venivano utilizzati gli strumenti, aiutati da piccoli numeri che fanno riferimento a didascalie chiare e approfondite, curate da Valerio Staccioli, storico dell'arte e della marineria, collaboratore del Museo, e autore del volumetto: "Attività Marinare Tradizionali dell'Adriatico. Guida alla sezione del Museo del Mare", edito dalla Cassa di Risparmio di Trieste.
Degli attrezzi esposti nelle apposite vetrinette, molti non sono più in uso nelle acque di Trieste, per cui la loro conservazione è assolutamente indispensabile, per mantenere la  ‘memoria storica' della cultura materiale del mondo della pesca. Vediamo qualche esempio.
Innanzitutto i vari ami da pesca: le togne, le pannole e i parangali.
Le togne, lenze a più ami, tuttora in uso, vengono calate dalla barca ferma, mentre le pannole, lenze da strascico, venivano calate in mare con la barca a bassa velocità.
Le pannole da dentici, tuttora scomparse, erano lunghe 30 metri, mentre le pannole da sgombri misuravano 15 metri, e realizzate in grosso filo di crine di cavallo.    
I parangali da fondo erano formati da una cordicella trasversale di canapa, lunga anche 500 metri, alla quale erano attaccate funicelle perpendicolari armate di amo all'estremità libera, e venivano usate per la pesca degli angusigoli.
Un'altra classe di strumenti da pesca fondamentale comprende le reti.
Una volta, le reti erano realizzate in lino e canapa, poi sostituite all'inizio del secolo dal cotone, e di recente in nylon. In mostra sono indicati i principali centri manifatturieri di reti: Isola, Rovigno, Laurana, Spalato, oltre a Venezia e Chioggia.         
Sono tre le categorie di reti da pesca: a strascico, di circuizione, da posta e da deriva.
Le reti a strascico, molto diffuse, come si sa, "raschiano" il fondo raccogliendo il pesce tra le maglie del grande sacco. Tra tutte, la rete a strascico per eccellenza in adriatico era la cocchia, o coccia, misurava 30 metri e raggiungeva 400-500 metri al traino, con il complesso di rete e cavi di trazione. Diffuso era l'ostreghero , rete a strascico tenuta aperta da un grosso palo, usato con successo nella pesca delle sogliole e delle passere. Particolari erano la mussolara, e il grippo, quest'ultimo utilizzato per la pesca delle peverazze. Altre reti erano: la tartanella, la bragagna, il granzero, la rete da caperozzoli, i ramponi, e le coccie volanti.
Le reti da circuizione e da saccaleva, invece, si usavano per circondare i branchi di pesce, per catturarli serrando e salpando la rete.
Ancora oggi è in uso la pesca del pesce azzurro e dei cefali con la saccaleva e fonte luminosa. A vederli dalle colline del Carso, di notte, fanno tenerezza quelle lucine che spuntano qua e la nel blu intenso del mare appena attenuato dalla luna. Il pesce viene attirato nella zona di pesca con le lampare, dopo due ore di giri si spengono tutte le lampare fuorché una. In quel punto si concentra il pesce. Si chiude il "sacco", e la pesca è terminata.
Le reti da posta possono essere: fisse o derivanti, semplici o trimagliate.
Sono reti calate in acqua, alle quali il pesce rimane intrappolato. Una rete semplice da deriva tradizionale, ancora oggi in uso era la menaide o melaide per sardelle. Tra le reti semplici da posta fisse si possono ricordare: la sardonera (per i sardoni), il senello (per bobbe, suri, sgombri, lanzardi, e cefali), la squainera (per squaene, raje, astici, granchi, ecc.).
Un'altra rete tipica era il salterello, per i cefali. Dopo un tratto rettilineo, la rete si attorcigliava a spirale, i cefali cercavano di scappare saltando, ma un rialzo (trimaglio superiore) posto fuori dall'acqua, bloccava definitivamente il loro tentativo di fuga.
C'era anche la rete da chiusa o da serraglio, utilizzata per la pesca del tonno. Nel plastico relativo, c'è la figura suggestiva del pescatore che dall'alto di una scala scruta il mare per avvistare il branco di tonni e coordinare l'operazione di accerchiamento a serraglio del pesce per poi arpionarlo e squartarlo sulla spiaggia.
C'è un significativo diorama che rappresenta la vita in un casone di valle, nella laguna di Grado.
Infine le navi e barche tradizionali, di buona fattura, conservate anche loro in bacheca.
La prima imbarcazione di cui si ha notizia è la Tartana. Già nel '500 costituiva il nucleo della flotta peschereccia d'altura. La Tartana era lunga venti metri, e necessitava di un equipaggio di almeno otto uomini. Lavorò per due secoli, utilizzando molto la pesca a strascico, fino a quando nel '700 fu costruito il Bragozzo, nave più robusta, con lo scafo massiccio in quercia e che aveva l'indiscutibile vantaggio di poter essere portata da un equipaggio di soli quattro uomini. Il segno di riconoscimento del Bragozzo erano i disegni a prua, che di solito rappresentavano figure alate o altri soggetti sacri.
Presente nel porto di Trieste in tutto l'800 e il primo '900, il Trabaccolo è la nave che meglio rispondeva alle esigenze della modernità: robustezza, sicurezza ed economicità. Dallo scafo tondo e imponente, con due "occhi" in prua, a ricordo degli occhi dipinti sulle navi greco romane.
Altri modellini di barche che abbiamo ammirato sono:  il Battello, la Batèla, la Batana, la Tartana, il Topo, la Gaeta, il Guzzo, la Brazzera, e il Leuto. Una flottiglia infinita dal sapore antico.
In ultimo, ma non ultimo, una suggestivo modellino dello Zoppolo, antichissima imbarcazione monossile, ricavata da un'unico tronco di quercia lungo quattro metri. La singolarità dello Zoppolo è che pur essendo una imbarcazione tecnicamente primitiva, veniva usata nelle acque triestine ancora all'inizio del nostro secolo!  
Dopo questo suggestivo viaggio nel tempo, prima di uscire dal museo abbiamo reincontrato il direttore, Dolce, al quale abbiamo chiesto altre informazioni sul museo, sulle attività in corso e future.
"Nel museo, anzi dietro le quinte del museo" spiega il dott. Dolce, " ci sono due modellisti, assunti dal Comune:  Adriano Ivancich, e Giorgio Vinzan. Il loro compito è quello di restaurare e tenere in ordine i modelli di navi del museo. Sempre in camicie bianco, sono i nostri ‘dottori', indispensabili per la buona salute della intera collezione. Così come immagazzinate alla meno peggio ci sono ancora tantissime opere da mettere in mostra, ma che per mancanza di spazio non possiamo esporre. A malincuore teniamo perciò nascosti un bel modello di Giulio Cesare, nave mercantile lunga ben cinque metri, o grandi plastici didattici. Abbiamo più di duemila libri, però ancora da schedare per mancanza di personale, e quindi non ancora utilizzabili per la consultazione. Il museo è frequentato mediamente da seimila visitatori l'anno, e diverse volte partecipiamo a mostre, nelle quali portiamo nostri modelli o plastici, tra tutte quella prestigiosa di Parigi, negli anni ottanta".
  
regataweb La Regata delle donne
Rievocazione storica delle regate che le donne di Comacchio dedicarono a Papa Clemente VIII nel 1598


Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna luglio - agosto 1997)
Quattrocento anni fa, Papa Clemente VIII, visitò le valli di Comacchio, nel cuore del Delta del Po. Arrivò in laguna a bordo di un fastoso bucintoro, nave imponente addobbata di tutto punto, accolto da imbarcazioni altrettanto agghindate e cariche di gente festosa.
Nel 1995 i comacchiesi decidono di ridare vita a quell'evento. Dopo aver rispolverato i testi degli storici che avevano raccontato la cronaca di quei giorni, e dopo aver coinvolto diversi artisti contemporanei, i cittadini comacchiesi amanti della storia e del teatro popolare sono così riusciti a realizzare lo spettacolo storico-artistico che si tiene anche quest'anno per la terza volta nella laguna comacchiese, nel mese di luglio.
L'elemento singolare della regata comacchiese è che per la prima volta nella storia, al posto dei bicipiti di vogatori uomini nerboruti, si vedono i muscoli di graziose e festanti donne, dal temperamento forte. "Amazzoni", come le definisce lo storico del tempo Francesco Ferro, alludendo alla figura mitica e misteriosa delle donne che si comportano in modo virile, presenti nei racconti mitologici: armate, guerriere, seduttrici. Donne che portano l'uomo in un intreccio mortale tra Eros e Tanatos, attraverso il torneo, la guerra, la prova di forza.
Denominata per questo "La regata delle donne", la manifestazione prevede appunto che a condurre le "batane" siano le donne di Comacchio, in un tripudio di colori e forme.
Così veniva descritto il precedente storico a cui si ispira la manifestazione:
"Allora fu, che incontrato da molte barchette di donne vogatrici, con Cembali, e Tamburini alla loro usanza cantando, mostravano l'allegrezza, che per il loro padre e pastore in questo tempo provavano, il che sommamente gradendo il Papa ne dimostrava piacere. Sono ardite le donne comacchiesi, massime quelle che sono di bassi natali, e quando trovano gradimento nel loro operare, non si perdono d'animo avanti de' più potenti. Sono ancora di forte complessione, e faticose, e se potessero goder que' cibi, che godono i nobili, e star con qualche riguardo per non essere imbronzite dal sole e annerite dal fuoco, sarebbero d'aspetto molto grazioso. Erano per barbari destinati al corso le donne, che ben cinta la gona a' fianchi, e braccia denudate, salite sopra barchette ben acconciate, sembravano tante amazzoni in glorioso cimento. Remavano a voga distesa, e ben regolato nel corso tenendo il legno, non si può credere quanto il Sommo Pontefice (che in luogo appartato se ne stava aspettatore) ne pigliasse diletto. Altre che poco pratiche o cadevano stramazzone, o il remo gli fuggiva di mano, o invece di andar a retto corto s'arenavano nelle sponde, o v'urtavano nelle gondole, che formavano il giro onde movendo a riso fu inesplicabile il piacere che ne formavano. Terminò il giorno con infinita allegrezza, dato il palio a chi riportò la vincita, e a tutte l'altre vogatrici una graziosa mercede".
La regata odierna prevede una processione di piccole barche lagunari, dette "batane", sormontate dalle ragazze che indossano costumi disegnati dal pittore Remo Brindisi ispirati ai temi della laguna (il cavaliere delle valli di notte, il cavaliere della corte estense, vogatrici, gabbiano, e il larus) lungo i canali del centro storico di Comacchio, per poi continuare in valle fino alla darsena di Porto Garibaldi.
Giunte a destinazione le vogatrici con i loro coloratissimi costumi scendono dalle barche per far onore e presentarsi alle autorità cittadine, alle quali consegnano diversi doni: una fiocina d'oro (il simbolo del dramma secolare dei ‘fossinatori'), un cesto di anguille, un altro cesto con grano e uva, cozze e vongole (il nuovo ‘oro nero'), stampi di paviera (il mondo della caccia), mattoni delle ‘ex Casette'(l'antica delizia estense demolita all'epoca per costruire i casoni di valle da pesca allora in canna).
Motore della manifestazione è il Gruppo Culturale Famìa Ad Magnavaca, che con i suoi tantissimi soci riesce a fornire la "materia prima" dello spettacolo: gli uomini, le donne, i figuranti, i vogatori e i tecnici.
In stretto rapporto di collaborazione con la Famìa Ad Magnavaca, ci stanno gli altri gruppi locali di teatro popolare e di valorizzazione delle tradizioni vallive: La Comacina, La Batana, I Fiocinini.
Ogni anno la manifestazione si allarga per ospitare altri figuranti e iniziative collaterali: i cavalli dell'allevamento di Spiaggia Romea, della razza Delta-Camargue che si producono in volteggi ed esibizioni di abilità equestre, la regata dei bambini, gli interventi musicali del gruppo corale San Giovanni in Bosco di Comacchio, gli sbandieratori dell'Ente Palio Città di Ferrara, dalla presenza delle associazioni dei marinai, dai sub del gruppo Ippocampo, dagli amici della canoa, e dalle associazioni venatorie di Comacchio.
La casa editrice La Luna nel Pozzo di Bologna, ha pubblicato un bel volumetto, La Regata delle Donne, di 70 pagine tutte a colori, con fotografie e disegni inediti, sulla storia e la cronaca della Regata delle Donne.
Il volume assolve l'importante compito di descrivere nei minimi particolari l'evento originale del 1598 e le riedizioni attuali dal 1995 ad oggi. Ampio spazio viene dedicato alla presentazione dei singoli e suggestivi costumi disegnati dal famoso pittore Remo Brindisi, scomparso nel 1996, e realizzati dalla sartoria teatrale associazione Dare di Lago di Montecolombo di Rimini.
  
cervia1web Le Saline di Cervia

Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna marzo - aprile 1997)
"Non gettiamo il sale dalla storia". E' l'ultimo grido delle civiltà salinare della nostra laguna, minacciate di estinzione. La salina di Comacchio è ormai chiusa e inutilizzata dal 1984, quella di Cervia è sottoutilizzata e il Ministero delle Finanze la vorrebbe chiudere definitivamente.
Laguna, è andata a visitare gli impianti salinari di Cervia, con tutti i servizi attualmente in funzione,  incontrando amministratori, ascoltando le preziosissime testimonianze di chi in salina ci ha lavorato, facendosi accompagnare nel cuore dei suggestivi impianti, da chi li conosce centimetro per centimetro. Ne è venuto fuori un racconto lungo, una storia affascinante, che pubblichiamo in tre puntate. Credeteci, ne vale la pena.       
Alla veneranda età di duemilanni, le saline di Cervia rischiano di morire, a detta di molti per " infanticidio".  Il Ministero delle Finanze e il Monopolio di Stato perseguono da anni, infatti, una strana logica: da una parte pretendono una certa produttività e dall'altra non favoriscono la commercializzazione del sale, creando così delle sacche di raccolto inutilizzato che produce deficit. I Monopoli hanno rinunciato ad entrare concretamente nel mercato, continuando a vendere sale solo nelle tabaccherie, nonostante che la stragrande maggioranza degli acquisti avviene nei negozi di alimentari, nei supermercati, nei discount. C'è una strana contraddizione quindi tra lo Stato che monopolizza la produzione nazionale, e la rinuncia alla commercializzazione, andando per forza di cose verso una gestione deficitaria.
In altre parole ai privati vanno i vantaggi, e ai Monopoli restano i disavanzi.
Questa contraddizione è stata evidenziata più volte nel corso di conferenze stampa e convegni da parte delle pubbliche amministrazioni locali, dei gruppi di salinari e delle associazioni ambientaliste. La soluzione proposta è quella di "sbloccare" l'attuale Monopolio, concedendo le saline in gestione a consorzi formati da enti pubblici, privati, e se necessario attivare un azionariato popolare, perché tutti gli abitanti delle zone limitrofe, e non solo, hanno interesse a tenere in vita le saline e l'insuperabile e preziosissimo ecosistema che si è venuto a creare.
Perché non è solo della salina intesa come "industria" del sale, che ci occuperemo in questa inchiesta, quanto piuttosto della storia, delle implicazioni sociali e ambientali che la presenza di enormi e innumerevoli bacini d'acqua determinano nel territorio circostante.
Riserva naturale
Da quando le saline di Cervia sono state dichiarate  Riserva naturale di Popolamento Animale nel 31 gennaio 1979 (anche in virtù della Convenzione di Ramsar, Iran, del 2 febbraio 1971, che le definì: Zone Umide di importanza Internazionale), milioni di uccelli migratori hanno cominciato a fare sosta nella bellissimo "albergo" cervese, "tenuto" dal simpaticissimo Guerrino Gori, maresciallo del Corpo Forestale dello Stato, comandante della stazione di Pinarella di Cervia, ormai famosissimo in tutt'Italia, per gli articoli che gli vengono dedicati e le interviste che gli vengono rivolte (anche noi di Laguna gli dedicammo un bel servizio, a cura di Elio Cipriani, pubblicato nel numero 12/13 di gennaio-aprile 1993).

L'ecosistema: intervista a Guerrino Gori
Guerrino è il primo testimone che abbiamo incontrato in questo viaggio nelle saline.
Il giro delle vasche di evaporazione delle acque salmastre che arrivano dal mare, che servono appunto a far evaporare l'acqua e permettere così al cloruro di sodio di precipitare sul fondo, si fa con il fuoristrada 4x4, a velocità ridottissima per non disturbare gli uccelli che a milioni si nascondono dietro ogni cespuglio o canneto. L'automobile è necessaria, perché sono lunghi decine di chilometri i sentieri percorribili all'interno dell'oasi, sarebbe perciò impossibile compiere le operazioni di vigilanza  a piedi o in bicicletta  (pensate che ogni quindici giorni, il "povero" Guerrino deve censire, per conto della Forestale, le specie, le quantità e i nidi degli uccelli presenti in valle ! Impossibile effettuare la conta senza un mezzo che l'accompagni dall'alba al tramonto avanti e indietro nei terrapieni tra un bacino e l'altro).
"L'acqua che arriva dal mare", inizia a spiegarci Guerrino, " compie un lunghissimo e forzato percorso prima di arrivare alla zona di raccolta vera e propria del sale. L'acqua salmastra che entra nei bacini evaporanti, deposita man mano vari sali: l'ossido di ferro (ruggine) innanzitutto, poi il carbonato di calcio (gess ), e il cloruro di sodio (il sale puro che ci interessa). Dopo aver depositato il cloruro di sodio, gli altri sono sali cosiddetti ‘amari', come il solfato di magnesio, il cloruro di potassio, ecc. che bisogna tenere ben separati dal sale commestibile. Ci sono vari sistemi per controllare il grado di salinità dell'acqua e per compensarne eventuali variazioni, ovviamente qui non è possibile elencarli e spiegarli, tanto sono complessi e articolati. In fondo è questa  la suggestione della salina: un sistema idraulico antichissimo, che prevede grande conoscenza chimica e grande padronanza delle leggi di ingegneria idraulica. Patrimoni culturali di difficile comprensione eppure praticati fin dagli antichi etruschi, dai greci e dai romani. Il reticolo di bacini, canali e scoli che si può osservare oggi dall'alto è la testimonianza di quanto fosse ingegnoso il sistema di raccolta del sale. Sistema che val la pena di essere conosciuto e visitato, ovviamente non in un solo giorno, ma con più tempo a disposizione".
D'accordo Guerrino, staremo con te il più possibile, in fondo le leggi dell'ingegneria e della chimica spiegate da un simpatico romagnolo vanno giù che è una meraviglia.
"Per far conoscere l'ambiente delle saline, organizzo degli itinerari di visita", continua il nostro infaticabile cicerone, " che sono sostanzialmente di tre tipi. Il primo parte dal casello del Diavolo (antica stazione di guardia alla salina) a est, vicino al ristorante ‘Al Deserto', per arrivare al Prato della Rosa, nella zona dell'antica città di Cervia detta Ficocle, attraverso la zona periferica a sud della salina. Al ritorno del primo itinerario ci si inoltra fino al canale emissario, dal quale l'acqua defluisce per scaricare i bacini. Il secondo percorso taglia in mezzo alle vasche di evaporazione per raggiungere il perimetro opposto a ovest della salina verso Cesena. Qui si cammina a ridosso delle vasche della seconda zona evaporante. Mentre il terzo percorso sposta l'attenzione alla parte nord della salina, a ridosso del canale immissario, che porta l'acqua del mare per riempire i bacini. In questa zona c'è l' ‘Argine della vita', dove bisogna stare attentissimi a camminarci sopra perché è pieno di nidi e uova di fraticelli. Gli itinerari sono purtroppo solo un ‘assaggio', della salina, che nel suo cuore nevralgico, nei bacini salanti e zone limitrofe (vasche del bottone, del vallone, servitrici, ecc.) non è accessibile ai non addetti ai lavori. Anche se non di rado troviamo segni evidenti di sconfinamenti o di attraversamenti di turisti o peggio di cacciatori nelle aree chiuse al pubblico".
Gli "ospiti" dell'albergo-salina sono tantissimi e sempre più numerosi. In primavera arrivano a milioni, sembra che si passino voce di come si sta bene nei bacini di Cervia. Arrivano dal cielo e si chiamano: aironi, avocette, gru, cicogne, cigni reali, fenicotteri, assioli, gruccioni, sterne, beccacce, martin pescatori, garzette, ecc.  Sono loro gli ospiti attesi da Guerrino, che li conosce quasi uno a uno che per loro passa le giornate fuori casa. Non di rado la moglie, alzandosi la domenica mattina trova un biglietto di Guerrino con scritto: "sono andato a fare l'alba in salina".  
Non dev'essere facile fare la moglie di un uomo che ha una passione come avesse un'amante, e che spende fior di milioni in macchine fotografiche e rullini. Perché Guerrino oltre a osservare per ore gli ospiti delle saline, li avvicina con potentissimi teleobiettivi, realizzando foto che utilizza nelle conferenze, e che ormai sono più di un milione, componendo un archivio importantissimo e ineguagliabile, che ci da la cifra di quanto sia importante l'ecosistema di cui si parlava all'inizio. Se tante specie di volatili, riescono a stanziare nella salina è perché, oltre all'evidente effetto del divieto di caccia, il riciclo delle acque è attivo, favorendo la vivacità di un habitat ricco di piccoli insetti e microrganismi, fondamentali per il sostentamento degli uccelli.
Nelle spiegazioni di Guerrino, l'ambiente è sempre descritto in maniera globale.
Dopo aver fatto tenere a testa in su con i binocoli per delle ore i visitatori, Guerrino chiede ai suoi fedelissimi di abbassare la testa e li aiuta a riconoscere le tantissime varietà di piante. In particolare le piante alofile, cioè amanti del sale: la salicornia, la vetriola, la salsola soda, la porcellana di mare, l'inula, l'artemisia, lo statice limonio, e l'astro del mare. Sugli argini più elevati e lungo le carraie: il colchico autunnale, il fiordaliso rosso-lilla-bianco, il cardo asinino, il cardo dei lanaioli, l'iperico o erba di San Giovanni o cacciadiavoli, il favagello, le vedovelle selvatiche e dei prati, il latte di gallina, il caglio, la pianta stancabue, la mentuccia, la malva, il melilotto.
Tante piante sono nutrici di stupende farfalle , come ad esempio la vanessa inachisio chiamata anche Occhio di Pavone, "allevata" dall'ortica. Poi la vanessa dei cardi chiamata anche Belladonna, la vanessa Atalanta, l'aporia del biancospino, le cavolaie, la lisandra bellargus chiamata azzurina, e tante altre.

La Salina moderna a raccolta unica, intervista al sindaco di Cervia Massimo Medri
L'origine delle saline cervesi è antichissima, probabilmente greca o etrusca.
C'è una suggestiva ipotesi dell'abate gesuita Pietro Antonio Zanoni, vissuto nel 1700 (presente nel suo poema latino "De Salinis Cerviensibus"), secondo il quale l'idea strutturale della salina fu stimolata dalla osservazione diretta di cosa accadeva in alcune impronte lasciate dagli zoccoli dei cavalli sul litorale: l'acqua del mare le riempiva, il sole faceva evaporare quell'acqua e dopo qualche giorno l'impronta restava asciutta, ma ornata sul fondo da una trina bianca di sale.
Una storia millenaria, come quella di altre saline che un tempo fiorivano lungo il delta padano. Un territorio caratterizzato da coste basse ed argillose che trattenevano naturalmente, con le alte maree, l'acqua del mare, esponendola a sottile strato, d'estate, ai raggi del sole.
Diversi elementi sottolineano la predisposizione naturale della città alla produzione saliera: Ficocle, l'antico nome di Cervia, è toponimo greco che significa "luogo noto per le alghe"; sono stati rinvenuti, a meno di due chilometri dall'attuale linea di spiaggia, diversi reperti attribuibili al periodo del bronzo antico; altri ritrovamenti dell'età del ferro a Confine e a Montaletto; sono numerosissimi i reperti dell'età romana e di quella bizantina in tutto il territorio cervese.
Dalla lavorazione del sale si ricava l' "acqua madre", ricca di cloruro e solfato di magnesio, e di calcio, e il millenario "Liman", fango dalle proprietà terapeutiche, composizione del terreno impermeabile, adattissimo ad evitare sia le dispersioni d'acqua verso il basso che le acque risorgive dolci. L'acqua e il fango sono gli elementi utilizzati oggi scientificamente nel moderno complesso "Terme di Cervia", per gli innumerevoli benefici che recano al corpo umano e per prevenire diversi tipi di malattie e disturbi.
La storia politica ed economica di Cervia si è svolta per oltre un millennio sempre intorno alle proprie saline. La città prosperava quando il raccolto era abbondante, stentava quando le annate erano cattive o gli incettatori del prezioso prodotto si mostravano esosi.
La notevole produzione di sale riforniva estese aree di mercato fra cui la Romagna, Bologna, Ferrara, Modena, parte delle Marche, Umbria e Lombardia.
Non ci stupisce notare che la ricchezza economica raggiunta attirasse le mire dei potenti di allora: Papato, Impero, Comuni e Signorie si contendevano il controllo delle saline, a scapito del territorio e degli abitanti di Cervia.
L'unico "Tesoriere" che i cervesi accettano di ricordare è il conte Michel Angelo Maffei, che fece costruire nel 1691 il bellissimo Magazzino del sale e la Torre contigua per difenderlo, e iniziò la costruzione della nuova città vicino al mare.
La salina di Cervia, con  diverse decine di dipendenti, costituiva fino a pochi anni fa la più grande azienda del Comune. Introdotto nel 1959, il nuovo sistema a raccolta unica, detto "francese", richiede minor mano d'opera di quanta ne fosse necessaria nel sistema tradizionale a raccolta multipla.
L'acqua salmastra arriva dal mare attraverso il canalino di Milano Marittima, munito di una paratia che intercetta l'immissione dell'acqua in sincronia con il massimo livello dell'alta marea, o se necessario, tramite il pompaggio di una idrovora. L'immissione dell'acqua si effettua tra aprile e settembre.
Nelle vasche di prima evaporazione l'acqua vergine viene pompata da un canale pensile,  per poi passare in quelle successive per caduta naturale. Man mano che
l'evaporazione procede, nei bacini salanti si forma una bianca distesa di sale, il cui spessore aumenta col procedere della campagna salifera. Nella seconda metà di agosto, inizia la raccolta del prodotto attraverso caricatori meccanici e vagoncini "deucaville", e trasportato presso la strada Salara, in un grande cumulo. In questi ultimi anni, il sale, viene in gran parte venduto ai comuni e utilizzato in inverno per sciogliere neve e ghiaccio.
"Le saline sono il polmone della Pineta, e della gente", ci racconta il sindaco Massimo Medri, "le saline sono la nostra storia, ma sono soprattutto il nodo centrale del nostro sistema turistico (che per il solo settore della cultura salinara conta ben 10.000 visitatori l'anno). Forniscono limo nobile e acqua madre alle terme e sono visitate da migliaia di turisti. Togliere le saline significa far saltare gli equilibri ambientali di tutta la zona". " Per forza il sale rimane invenduto. Lo stato produce, ma poi non lo mette in commercio. Fate gestire a noi le saline, Comune e società private. Vi dimostreremo che può diventare un business da 40 miliardi l'anno. Oggi la salina ha un costo annuo di gestione superiore ai due miliardi, e una redditività di mezzo miliardo. Dicono che le saline sono un ramo secco. Noi dati alla mano, documentiamo esattamente il contrario. Il sale cervese è di ottima qualità. Il mercato agroalimentare dell'Emilia Romagna potrebbe da solo assorbire l'intera produzione. Mentre oggi lo deve acquistare da Francia, Egitto e Tunisia. Le saline si possono sfruttare per itticoltura (una parte delle vasche salanti può essere adibita ad allevamento di pesci: spigole, orate, cefali, anguille e di crostacei e molluschi), fanghi termali (ricavati dal limo) e acque madri,  e per il mantenimento dell'ecosistema. Le saline sono in un ambiente umido protetto di grande pregio naturalistico. Un'oasi da diecimila visitatori all'anno e potenzialità per cinquantamila".
Il sale prodotto e confezionato nelle saline di Cervia è un sale integrale, cioè un sale che ha subito unicamente lavorazioni fisico-meccaniche: cernita, lavaggio con acqua ad elevata concentrazione salina, separazione dell'acqua fino ad ottenere un'umidità massima del 2%. Il sale integrale mantiene perciò le caratteristiche originarie del sale marino grezzo e non contiene additivi o antiagglomeranti.

La raccolta tradizionale secondo il sistema cervese, il Museo, intervista al salinaro Agostino Finchi
Chi d'estate, si allontana dalla spiaggia romagnola di Cervia, per andare nell'entroterra della Romagna, imboccando la strada statale 254 per Forlì, non potrà non notare il gruppo foltissimo di persone che in religioso e interessato silenzio osserva alcuni salinari in azione.
Un ritorno al passato? Un salto nella storia? Un miraggio? No, niente di tutto questo, semplicemente una dimostrazione degli antichi sistemi di raccolta del sale, secondo il metodo "cervese a raccolta multipla". A proporli è il Gruppo Culturale Civiltà Salinara di Cervia, che organizza visite guidate all'antica salina denominata "Camillone", il giovedì e la domenica alle ore 17,30.
La "Camillone" ha una superficie salante di 2.650 mq ed una superficie evaporante di 21.181 mq.  E' l'unica superstite delle 150 saline che formavano l'antico Stabilimento Salino Cervese, prima della sua radicale trasformazione attuata nel 1959. La "Camillone" tra tutte quelle esistenti era considerata medio-piccola, con una produzione annuale da 1000 a 2000 quintali di sale, a seconda della piovosità estiva.
Seguendo lo stesso principio della salina a raccolta unica (una sola volta all'anno, a fine stagione, che abbiamo visto nella puntata precedente), l'acqua salmastra entra in un punto periferico dell'impianto, e attraverso una serie di passaggi tra un bacino e l'altro, aumentando progressivamente la temperatura, lascia precipitare sali di vario genere, fino a raggiungere i fatidici 26 gradi, temperatura alla quale si deposita il cloruro di sodio, che è il sale puro, commestibile e commerciabile.
E' composta da due "barconi", cioè due file di bacini con le rispettive vasche di evaporazione e di servizio; file quasi uguali tra loro e poste simmetricamente rispetto al canaletto centrale detto gemine che è l'asse mediano della salina. Ognuno dei due barconi, alimentato d'acqua dal moraro (vasca grande dove viene immessa l'acqua salmastra) e dal gaitone (seconda vasca che riceve acqua dal moraro) posti trasversalmente, è perfettamente autonomo e funzionante indipendentemente dall'altro.
Fin dai tempi antichi si effettuava una levata giornaliera di sale, che  interessava solo un quarto dei bacini. Mentre la "pulidura", la raccolta di sale di tutta la salina, veniva eseguita in quattro giorni consecutivi, per poi attendere un giorno detto "di riposo" o di attesa, e si ricominciava da capo. Occorrevano quindi cinque giorni per riprodurre nel bacino la sufficiente quantità di sale a giusta maturazione.
Iniziò ad illustrare le antiche tecniche di raccolta del sale il salinaro più anziano di Cervia, Agostino Finchi. Oggi ha raccolto il testimone suo nipote Nino Giunchi. Anch'egli un passato da salinaro, fisico asciutto, e tanta combattività per non perdere neanche un millimetro della propria identità culturale e storica.
" La salina a raccolta multipla, che cioè si raccoglie tante volte durante la stagione, é quella che meglio rappresenta la tradizione di noi cervesi", ci spiega deciso e senza tanti fronzoli il sig. Nino, e prosegue " non mi ha mai convinto il sistema inventato da Napoleone, che va sotto il nome appunto di ‘struttura alla francese a raccolta unica': la grande raccolta unica a fine stagione. In base a studi fatti si è scoperto che in relazione alla latitudine della terra, l'evaporazione del sale è più confacente al sistema cervese, a più raccolte. L'ideale sarebbe  raccoglierlo tutti i giorni.   Non nego che in altre parti del globo l'atmosfera essendo diversa richieda altri tempi e altre fasi di lavorazione, qui da noi, insisto, il metodo ideale è quello cervese. Non foss'altro per la diversa organizzazione sociale del lavoro: quando le saline erano tante c'era la competizione tra i tanti proprietari a far meglio, una competizione che li coinvolgeva tutto l'anno alzando al massimo la qualità del raccolto. Una volta introdotto il sistema di raccolta unico, passando dalla produzione artigianale a quella industriale, si sono verificati tutti quei fenomeni deleteri e negativi per la produzione: assenza di competitività, atteggiamenti passivi dei salinari diventati ‘dipendenti', e gestione accentrata. Dirò di più, il sistema a raccolta unica prevede il lavaggio del sale, mentre quello cervese no, a vantaggio di quest'ultimo che determina un sale più bianco e più dolce".
Purtroppo il confronto tra i due sistemi non è più possibile farlo, perché il sistema a raccolta multipla è stato abbandonato definitivamente, la salina Camillona, come abbiamo detto ha solo una funzione didattica.
Giunchi in ogni caso ha ragione a tenere su le argomentazioni a favore dell'antico sistema, perché le vasche scavate ogni primavera nell'argilla sono veramente un'opera d'arte. Osservarle attentamente pensando che non c'erano mica tanti computer o sistemi elettronici per tracciare i bacini che dovevano essere tarati al millimetro per estensione e per altezza. Che continuamente andavano controllati e sistemati, perché il perfetto funzionamento della salina dipendeva da pochissimi centimetri di tolleranza sui cordoli, per dirla in breve: un piede messo male sull'argilla morbida facendo fuoriuscire l'acqua comprometteva equilibri delicatissimi, ottenuti dopo giorni e giorni di lavoro con bastoni, aste, e badili.
Il salinaro poi controllava continuamente con il densimetro i gradi dell'acqua: ogni bacino doveva necessariamente avere la sua temperatura, altrimenti bisognava intervenire chiudendo o aprendo determinati fori o scarichi.    
Il sale raccolto veniva, finalmente, accumulato sulla tomba (nome dialettale per indicare l'aia), in un grande monte ben squadrato e coperto in parte con stuoie. In autunno, finita la campagna, il sale veniva caricato sulle burchielle e trasportato nei magazzeni.

La burchiella
Scafo in lamiera d'acciaio, lungo mt. 12,24, largo mt. 2, la burchiella poteva sopportare fino ad un carico di 80-100 quintali di sale. Questa in sintesi la scheda di presentazione della barca che, nei tempi antichi a Cervia, costituiva il più diffuso mezzo di trasporto per ogni genere di merci e solo dopo la metà del secolo scorso fu utilizzata unicamente per il sale.
Il tipo di burchiella in acciaio fu adottato nel 1927. In precedenza era in legno, normalmente di pino. Nel porto-canale funzionava un cantiere per la manutenzione e anche la costruzione. Attualmente sono due le burchielle conservate a Cervia. Una grande burchiella è visibile a fianco della salina Camillone, l'altra, ben tenuta e verniciata, con a bordo un manichino raffigurante un salinaro, è esposta al magazzeno del sale.
Nell'autunno quando la raccolta del sale era terminata, entrava in servizio la burchiella che il salinaro trainava dalla riva lungo la complicata rete di canali per trasportare il sale dai monti delle tombe ai grandi magazzeni Darsena e Torre. Se l'annata era stata favorevole, per ogni monte occorrevano una trentina di viaggi andata e ritorno.
Oggi i magazzeni del sale, imponenti, altissimi, e soprattutto freschissimi, sono a disposizione del Comune di Cervia per creare suggestivi spazi scenici per rassegne teatrali, musicali, e per ospitare la famosissima rassegna estiva di burattini, dal titolo: "Arrivano dal mare".
Ma quello che più interessa a noi, è che nella parte ovest dei magazzeni è stato allestito, in forma permanente, il "Museo degli attrezzi dell'antico stabilimento salifero di Cervia". Il museo rappresenta in forma diretta e efficace, lo spaccato della vita dei salinari. Si inizia dalla ricostruzione della capanna dove ci si rifugiava in caso di pioggia, per passare alla rappresentazione del lavoro vero e proprio: un manichino porta un cumulo di sale con e' cariòl cun la cassa, la carriola con la sua cassetta  (caratteristica carriola con una sola ruota a rullo e lunghe stanghe, che transitava sulle verghe, argini laterali ai bacini), un'altro, con  e' palunzèl (pala piatta di legno simile al badile), accumula il sale sul monte della tomba, un'altro sta pesando il sale. Tutte azioni di lavoro, "protette e controllate" dal quarto manichino della scena: la guardia delle saline, immobile e vigile dentro il cilindrico casello. Tutti gli elementi della scena appartengono alla cultura materiale dei salinari, e sono esposti in modo adeguato e confacente ad una visione d'insieme che restituisce immediatamente le forme e i modi del lavoro tradizionale.
In apposite bacheche troviamo gli attrezzi più piccoli. Tra tutti ricordiamo il e' pruvèt, nient'altro che un densimetro, simile al termometro, ma con la scala graduata invertita: con lo zero in alto. Il densimetro è lo strumento "principe" dei salinari. Inventato dal fisico francese  Antoine Baumè, nel 1700, il densimetro o areometro, serve a misurare la densità di sale presente nell'acqua.
L'acqua di mare idonea per la salina misurerà, ad esempio,  3,5 gradi Baumè, detti Bè. Quando l'acqua farà precipitare il cloruro di sodio segnerà 26 Bè, poi salirà a 30 Bè, a 35 Bè, facendo precipitare altri sali, e così via.
Alle pareti centinaia di fotografie d'epoca e documenti originali testimoniano  quel passato di cui tanto abbiamo parlato in queste pagine.     
Spesso è ancora presente alla "reception" del museo uno dei suoi fondatori, attualmente presidente del Gruppo Culturale Civiltà Salina, Agostino Finchi, che tutti i cervesi conoscono. Dall'alto dei suoi 94 anni, Agostino è ancora oggi un vivace testimone della cultura salinara. Una vita passata nel sale, in modo testardo, orgoglioso e creativo. La faccia dura di chi ha fatto un lavoro duro, l'orgoglio di chi non si vuol piegare alla modernità, e lo spirito allegro e canterino fanno di Finchi, detto il "murin", il moretto, la migliore immagine vivente della Cervia che fu.
" A sedicianni passavo le mie estati in salina, lavorando di vanga e di pala per scavare fossi e canali di scolo con le zanzare che mi divoravano", comincia a raccontare epicamente il nostro Agostino Finchi, " ho preso la febbre terzana, che è la stessa che uccise il sommo poeta Dante Alighieri nella laguna ravennate, ma non ne sono stato sopraffatto. In quegli anni anche le vedove di guerra, vestite di nero,  lavoravano con noi, trasportando la sabbia fino alla marina a carriola. Era un lavoro duro, mesi di serrato lavoro, sempre attenti alle condizioni climatiche. Se stava per piovere, bisognava intensificare la raccolta del sale, allora si diceva: ‘dai il barcone', bisognava cioè levare il sale prima della pioggia. Il messaggio veniva dato issando la bandiera sul Casello di guardia.
Il lavoro si ripeteva sempre uguale, sempre ugualmente faticoso, fu per vincere questa monotonia che cominciai a cantare in salina. Vista l'importanza del canto cominciai a scrivere canzoni dedicate al nostro lavoro, e da allora ad oggi sono diventate tantissime. Molte le ho registrate, altre le ho trascritte a disposizione di chi le vuole leggere e ascoltare. Tra tutte quella che più mi piace è la ‘Burchiella'. La ‘Burchiella' è una delle 18 canzoni che appartengono al filone  dedicato alla storia della mia città.
Facevamo anche tre viaggi al giorno per trasportare il sale dalla salina al magazzeno, l'ultimo alle sei di sera. Allora chi guidava la Burchiella, diceva a me che la tiravo:
‘Tira cumpagn che la sera la cala, al boti d'la Buva tra poc i li ciùd', e io guardavo e rispondevo:'la rèsta tirata (la corda, n.d.r.), l'at sega la spala,  bisògna fè prèst, par passè in tot' i mod.', e quando eravamo passati in velocità dicevamo: ‘ finalment int'la darsena sem arrivè', cioè finalmente siamo arrivati nella darsena con la burchiella".  
Una delle canzoni più struggenti di Agostino è "La Vècia Batena". Ascoltiamo come ce la riassume Agostino:" Si parla di una barca da pesca chiamata Carola, che dopo aver navigato libera in mare per tanti anni, oggi è ferma in porto, legata alla riva, sempre in attesa del suo vecchio ‘paron' che non può più ritornare perché è morto. La batana adorava il suo padrone e cercava di servirlo come meglio poteva. Anche lui ne era innamorato e il suo ultimo desiderio fu di salire sul pennone più alto della sua barca e di restarvi per sempre". Stesso tono caratterizza anche " La barca sfondata ".
" Il testo della barca sfondata", continua Agostino, " scritto da Cino Pedrelli, ho ritenuto opportuno di musicarlo perché mi sembrava molto adatto ad essere cantato. Parla di una barca sfondata che va per mare. L'acqua pullula come una sorgente. Io mi danno, da miglia e miglia a gettare l'acqua fuori dalla sponda. Mi sono ormai spezzato le reni, le braccia non le sento più, tanto mi dolgono. Sopra la mia testa volge il sole, volgono le stelle e non sanno nemmeno che io esisto. L'acqua cresce, e io non ce la faccio più. Stella dei marinai, due occhi vi cercano. Mi lascerò scivolare dentro la barca, e con le braccia in croce dormirò".  
L'ultima canzone che ci canta Agostino, è invece più allegra, e parla della fiera di San Lorenzo: "Fin dall'800, la festa del 10 agosto di San Lorenzo, richiamava a Cervia, in riva al mare, una gran folla di bagnanti. Venivano da tutte le parti, cervesi e forestieri, a piedi o col biroccio perché il bagno di quel giorno contava per sette e portava augurio di buon raccolto ai salinari, ai pescatori e ai contadini.
Dopo il bagno e una buona mangiata ci si raccoglieva nella piazza maggiore per la tombola e per lo spettacolo dei fuochi artificiali.
Anticamente i salinari con le loro famiglie si portavano da casa la stuoia per sedersi vicino ai banconi della banda cittadina per ascoltare comodamente il programma musicale ed assistere alla distribuzione della dote che veniva offerta alle pupille anziane dei salinari".
I testi integrali delle canzoni di Agostino, sono a disposizione al Museo. A volte nelle arcate del magazzeno del sale echeggiano le note delle canzoni del Finchi, instancabile canterino, sempre pronto a rendere più "vissuta" e partecipe la visita al museo. Non fatevi scrupolo di farvi intonare questa o quella canzone, Agostino passa le sue ore all'ingresso del museo a disposizione di chi, come noi, vuole farsi raccontare delle storie vissute.
Il nostro viaggio a Cervia, finisce qua.
La considerazione finale che possiamo fare è che diversamente dalle altre attività tradizionali parallele (agricoltura e pesca) che hanno subìto significativi mutamenti, soprattutto nella meccanizzazione degli strumenti di produzione, l'attività salifera è rimasta (ad eccezione del caso degli impianti di Margherita di Savoia, in Puglia) sostanzialmente estranea ai processi di industrializzazione. Obsoleti nei procedimenti operativi, inadeguati nel rapporto capacità produttiva-costo della manodopera-valore del prodotto, minacciati dal montare dell'inquinamento delle acque, gli impianti sono così andati via via declinando sino alla definitiva chiusura, di quasi tutti.
Gli impianti della salina di Cervia, pur se "traballanti", rimangono l'ultima testimonianza di una tradizione secolare che rischia di scomparire.
Memoria di un'attività che più di ogni altra favorì la sopravvivenza, l'autonomia politica e la dignità civica di molti centri rivieraschi e lagunari,  sullo sfondo dei grandi avvenimenti storici dell'Adriatico.

  

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Associazione marinara Aldebaran di Trieste

Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna marzo - aprile 1997)
 La passione per il mare, e per tutte le "cose" che lo riguardano non ha confini. I mari che bagnano la nostra penisola, e l'Adriatico in particolare, sono invasi da imbarcazioni di ogni fatta, classe e genere, ma, ahimè, nella stragrande maggioranza dei casi, scafi in plastica, indistintamente bianchi, lucidissimi, e sponsorizzatissimi.  
I veri amanti del mare, quelli che vedono le onde non in termini agonistici, quelli che controllano il vento non per regolare la crema abbronzante, ma per ascoltare gli antichi suoni del mare, le frasi degli antichi marinai (quelli, per intenderci, che in caso di nebbia riconoscevano il porto dove rientrare, dal sapore dell'acqua!), non si  accontentano di "vagare" per mare, con gli strumenti elettronici odierni, senza sapere come si guardava il sole una volta, o come ci si orientava con le stelle, o come si misurava la velocità gettando in acqua una semplice corda con un peso. I veri amanti del mare vogliono conoscere la storia della navigazione, riscoprire il fascino delle antiche imbarcazioni, semplici, in legno, impregnate di sapore salmastro, intrise della storia antica del nostro mare Adriatico.  
A questi, nostalgici, figli di marinai, studiosi, curiosi, e tantissimi turisti, si rivolge "Aldebaran", la prima associazione marinara italiana, nata nel lontano 1951, allo scopo di promuovere e organizzare mostre, eventi e pubblicazioni sulla cultura marinara. Quella vera, che affonda le radici nella storia, che guarda al mondo come un ad un grande ambiente ricco di avventure e vita vissuta, che sa apprezzare la storia della navigazione locale, anche senza grossi clamori.
Aldebaran (nome derivante dalla famosa stella brillantissima, menzionata da Omero e Esiodo, della costellazione del Toro), ha sede presso i locali di proprietà demaniale, concessi dalle autorità portuali del Comune di Trieste. Nel grande salone d'entrata dell'associazione c'è il grosso della collezione di modellini di navi realizzate esclusivamente da modellisti soci di Aldebaran. Ci sono navi antiche e moderne, militari e mercantili, da passeggeri, miste e da carico, a vela e a propulsione meccanica, e soprattutto (quello che interessa a noi di Laguna), una bella sezione di barche tradizionali locali, tra le quali spiccano fedelissimi modelli di tartane, trabaccoli, bragozzi, ecc.    
"Dei soci che hanno fondato l'associazione nel 1951, oggi purtroppo ne sono rimasti pochi", ci racconta con rammarico Paolo Valenti, classe 1936, attuale presidente di Aldebaran, e continua "l'associazione è nata perché avevamo la ‘sfortuna' di avere una sezione della Lega Navale che non funzionava. I membri della Lega si preoccupavano solo di trovarsi a giocare a carte. Così alcuni appassionati di mare decisero di fondare un gruppo di lavoro che veramente facesse delle attività sui temi della navigazione e della pesca in Adriatico. Erano anni molto stimolanti, c'erano a Trieste molti inglesi e americani che aiutavano di più di quello che possono fare oggi le istituzioni italiane. Da qualche anno la Lega Navale ha ripreso vigore. Gestisce in modo attivo i posti barca, e soprattutto ci offre ospitalità un mese all'anno, tra febbraio e marzo, nei bellissimi locali della lanterna del porto, per esporre mostre. Nell'associazione ci sono comandanti e capitani di lungo corso, dirigenti di cantieri navali, ingegneri e tecnici navali, fotografi navali, e tra gli altri un capohornista e il curatore dell'Almanacco Navale, Giorgerini. In tutti questi anni, sempre e solo come volontariato, ci tengo a sottolineare, abbiamo messo insieme una biblioteca specializzata contenente più di 3000 volumi, un archivio di documenti (fotografie, disegni, disegni in scala e fac-simili di documenti) stimato in più di 8000 pezzi, organizzato su tre filoni: le barche tipiche dell'Adriatico, le navi mercantili relative alle attività degli armatori locali, la marina militare italiana. L'unico aiuto esterno è stata la concessione di questo capannone, concesso dalle autorità portuali di Trieste, per un affitto di 500.000 lire al mese. Quando l'abbiamo ricevuto era messo in modo disastroso, pioveva dentro, ci sono voluti sette anni di lavori per ristrutturare il locale. L'attività che più ci contraddistingue è la ricostruzione delle navi antiche in modellini, originali, realizzati partendo da semplici fotografie disegni o descrizioni scritte di scafi e vele. Come ha visto nel salone a fianco ce ne sono tantissime, esposte per gruppi. Quasi tutte sono navi e barche che hanno toccato il porto di Trieste, o comunque hanno solcato le nostre acque, per non perderci nella ricostruzione di navi di altri mari, che non appartengono alla nostra storia.
La squadra dei nostri modellisti attualmente in attività è formata da: Pietro Comuzzi, Ernesto Gellner, Primo Paris, Carlo Sanzin, Gualtiero Serafino, Aldo Starage, Alessandro Skerly, Carlo Tedeschi, Dario Tedeschi, Piero Valenti, Silvio Valles. Annualmente vengono ‘sfornate' dalle cinque alle dieci navi pronte per essere esposte o portate in giro per mostre. Eh sì, perché le nostre navi pur essendo modellini, a loro modo, vanno in giro per il mondo. In questi anni abbiamo, infatti, partecipato a diverse manifestazioni europee sul tema della navigazione. L'anno scorso abbiamo partecipato al restauro di navi della collezione Enriquez. Nel giugno del 1995 siamo stati ad Atene, con i modelli di Carlo Sanzin delle barche tradizionali, per partecipare ad una mostra patrocinata dall'Unesco, dedicata alle barche tipiche del Mediterraneo orientale. Eravamo gli unici rappresentanti dell'Italia. L'altro giorno abbiamo riportato a casa dall'Austria 23 modelli che avevamo prestato per una mostra. Alcuni nostri modellisti hanno partecipato a una mostra itinerante tra Milano, Ferrara e Alessandria. La nostra grande voglia di divulgare i nostri studi ci ha portato a realizzare più di 70 quaderni per un totale di 5000 pagine scritte e illustrate, che fotocopiamo volentieri a chiunque ne faccia richiesta. In particolare sono le scuole a richiederci i quaderni, che in molti casi possono essere usati come vere e proprie unità didattiche. Varie volte ci siamo così trovati davanti a intere platee di studenti a dover spiegare e descrivere le barche, le tecniche di navigazione e di pesca, soprattutto all'Istituto Nautico di Trieste, ma anche in diverse scuole medie, in particolare in una dove i ragazzi avevano già iniziato un loro lavoro di ricerca sulla cantieristica locale. Un'altro servizio che offriamo ai soci è la visita guidata a bordo delle navi ‘interessanti' che attraccano al porto di Trieste. Anche se, purtroppo, oggi sono sempre meno. Fino alla metà degli anni settanta, nella stagione marittima arrivavano le navi che facevano linea con l'America e l'oriente. Si potevano così, vedere con regolarità enormi navi come: la Cristoforo colombo, la Victoria, l'Ausonia, l'Asia, l'Europa, che stimolavano molto interesse. Una volta eliminate le navi passeggere, e chiuso il cantiere San Marco nel 1967, le navi che vediamo adesso sono solo quelle mobilitate per la guerra in Jugoslavia.
Tra l'altro in Italia non c'è sensibilità a recuperare le navi storiche, come invece succede in Inghilterra dove, ad esempio, l'intera città di Bristol ha finanziato il recupero della Great Britain, bellissimo esemplare di piroscafo a elica.
Qui da noi era possibile recuperare l'Elettra di Guglielmo Marconi, ma per vari motivi giusti e no (impossibilità di navigazione, scarse informazioni sulla struttura di coperta: come erano esattamente le doghe?), non è stato fatto".
Ci si deve, per così dire, "accontentare", dei modellini in scala degli ingegnosi costruttori di Trieste, il cui lavoro è molto apprezzato, soprattutto all'estero. C'è, infatti, un gruppo di sostenitori dell'associazione da Vienna, che non perdono occasione di visitare le mostre e partecipare alle attività di Aldebaran, anche per riassaporare l'aria perduta della bellissima Trieste, antico litorale dell'impero Austro-Ungarico.
   

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Intervista a Carlo Sanzin,
modellista dell'Associazione Marinara Aldebaran di Trieste


Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna marzo - aprile 1997)
Uno dei modellisti dell'associazione Aldebaran, specializzato in barche tradizionali dell'Adriatico, è Carlo Sanzin. "Ha una mano terribile, è scrupoloso, è un perfezionista", questa la presentazione di Paolo Valenti, presidente di Aldebaran. Con una descrizione così non potevo non incontrarlo, mi sono quindi trasferito in macchina da Trieste verso Venezia, su e giù per la strada panoramica del Carso, da dove si vede il mare sconfinato del golfo di Trieste, con gli immancabili impianti di miticoltura vicino a riva. Ho raggiunto Carlo nel suo laboratorio in località Sistiana.
Mi ha accolto, spuntando da decine di barche, vele e attrezzi di tutti i colori, con la faccia sorridente del sessantacinquenne "che non li dimostra", in pensione da tantissimi anni, che veramente si sta divertendo un sacco.
Gli ho chiesto di raccontarci come ha iniziato, cosa ha costruito, quali sono i trucchi per rendere vivi i modellini, e così via. Ho acceso il registratore, e ne è uscita una semplice e piacevole spiegazione "dietro le quinte".
 "Sono andato in pensione giovane, a 48 anni, lavoravo come meccanico all'acquedotto di Trieste, alla manutenzione dell'impianto del gas. La prima barca che ho costruito è stata il Montecuccoli, a 32 anni, durante una convalescenza di tre mesi per un'operazione al menisco. Ho comprato i disegni, mi sono procurato il legno e l'ho realizzata navigante, con un motorino che la faceva girare per 4 minuti, con un programma che le ordinava di virare a destra, a sinistra seguendo un itinerario prestabilito.
La prima barca tradizionale l'ho invece costruita quindici anni fa. Attualmente sto costruendo la diciassettesima. Ho iniziato con il bragozzo, poi il trabaccolo, la brazela, la gaeta, poi le barche piccole locali: le batele, i guzzi, le passere.
Costruisco le barche in scala 1:50, perché più grandi occuperebbero troppo spazio, mentre più piccole non si potrebbero fare certi particolari, e gustarseli. Adopero legno di noce, acero, larice. Con cianoacrilato come collante. Mi piace il faggio, ma visto che il mastice che uso non si attacca a questo legno, lo uso solo per dei particolari non attaccabili, come ad esempio i remi. Il legno si compra in negozio in misura standard, poi è importante avere un buon seghetto elettrico per raggiungere spessori sottilissimi.
La formazione è autodidatta, in genere non si va a bottega, nessuno dei miei colleghi ha fatto bottega. Io mi sono fatto le ossa sulle barche vere, a diciotto anni avevo già la mia prima barchina, che sistemavo e ne curavo la manutenzione. Quando si sbaglia, conviene abbassare le orecchie e ricominciare da capo. La prima volta che sono venuto ad una riunione dell'associazione, rientrato a casa ho preso la barca che stavo costruendo e gli ho tirato subito via tutte le sovrastrutture, ero molto arrabbiato. Avevo scoperto, attraverso il confronto, che c'erano altri modi di rendere veramente bella la nave. Come, ad esempio, curare molto la colorazione, produce un effetto immediato, vedi la nave che prende vita!
 Lo standard di costruzione della associazione era infatti molto alto, dovevo scegliere se salutarli o adeguarmi. Per fortuna ho deciso di continuare, e oggi sono contento di lavorare con la grande precisione di particolari che l'associazione mi richiede. Così le mie navi me le gusto di più! Addirittura quando una volta mi lamentai che le mie vele erano macchiate, mi fecero capire che era giusto così, anzi che il modellino deve essere invecchiato, che dia l'impressione del vissuto, le barche troppo perfette sono piatte, senza vita, appunto. Così oggi cerco sempre di lasciare "sporca" la coperta e le vele, di mettere delle cime ( che sta per: corde. Nel gergo marinaro a bordo l'unica corda è quella della campanella, tutte le altre si chiamano cime ) qua e la come fossero in lavorazione, perché la barca è sempre piena di cime, in ragione del detto: poca cima poco marinaio, molta cima molto marinaio. Metto degli straccetti che riproducono le pezze utilizzate durante la navigazione per proteggere i fianchi quando batte il sole, così da restituire il vago sapore salmastro della navigazione.  Alla sera invece di guardare la televisione me la spasso a costruire i miei modelli, ascoltando la radio, sono i miei momenti di massima libertà che non cambierei per nessun altra cosa al mondo.
Qualche modello l'ho venduto, ma solo su ordinazione, perché quelli che faccio per me li tengo. Quello che poi da il senso a tutto il mio lavoro è la soddisfazione di vedere le mie barche esposte, e spesso premiate, in mostre in giro per il mondo: Atene, Vienna fino al Beaubourg di Parigi".
  

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Un percorso nel verde
Realizzato nel cuore del delta del Po a scopo scientifico e ricreativo, il giardino botanico di Porto Caleri permette al visitatore di incontrare le diverse componenti floristiche e i diversi aspetti vegatazionali delle zone umide costiere


Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna gennaio - febbraio 1997)
"Il nostro giardino è un gioiello delicatissimo, che ci vogliono decenni per formare e basta un attimo per distruggere" ... in corso di trascrizione.
  

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Un ponte d'acqua: il Po
Una interessante indagine semiologica e antropologica, condotta dal Centro Etnografico del Comune di Ferrara, ci aiuta a capire i mutamenti del grande fiume


Testo e foto di di Andrea Samaritani

(Laguna luglio - agosto 1996)
"E' strano ma, nonostante la mia memoria sia legata a lui da appena un ventennio, dei miei ricordi del Po preservo con piacere solo quel che il Po non è più: del fiume ricordo..."  in corso di trascrizione.
  

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Lotta alle zanzare
Il Centro di Ecologia Applicata di Comacchio


Testo e foto di di Andrea Samaritani

(Laguna maggio - giugno 1996)
"L'uomo del Delta è riuscito a vincere, almeno provvisoriamente, l'impari lotta con l'acqua, regimentandola e trasformandola in risorsa, lo stesso non può propriamente dirsi a proposito della lotta con l'altro suo naturale competitore da sempre: la zanzara".
Queste le parole di Walter Zago, ex Assessore al Turismo di Comacchio, pronunciate ad un recente convegno dal titolo "Le zanzare nelle aree naturali e di interesse turistico".
Le zanzare da sempre flagello di turisti, e storicamente accusate di aver causato la prematura scomparsa del padre della lingua italiana, il sommo Dante, in quel di Ravenna, sono ormai "presidiate", da una apposita squadra di Mosquito's Buster della bassa ferrarese.
Dal 1991, infatti, la Regione Emilia-Romagna, ha sancito nella legge n.15 del 13 giugno, dal titolo "Interventi di lotta ai culicidi nelle località turistiche costiere inserite nell'area del Delta del Po", l'avvio alla grande lotta alle zanzare, ideata e diretta dal famoso entomologo Giorgio Celli.
Il professor Celli, fin da subito, ha delineato la strategia della sua battaglia, racchiusa in un concetto fondamentale: "Le zanzare non si possono eliminare totalmente , pena la scomparsa dell'intero ecosistema del Delta del Po (le larve delle zanzare sono, infatti, il cibo dei pesci, o di altre creature subacquee, e le zanzare adulte sono parte del menù degli insetti e degli uccelli, dalle libellule alle rondini), vanno perciò studiate e osservate, per poi intervenire sulla loro riduzione numerica, al di sotto di una soglia di tolleranza, sopportabile dall'uomo".
"Prima del 1991", prosegue il professore, "gli interventi erano effettuati in modo indiscriminato con grosse cisterne di ddt, con danno alle persone, e senza ottenere grandi risultati. Noi abbiamo messo a punto un intervento che determina il passaggio dalla lotta contro le zanzare adulte a quella contro le larve, bersagliate nei loro luoghi di prolificazione, non su un intero prato ma solo sulle pozze dove ne abbiamo rilevato le presenza".
Per vedere come in pratica viene applicato questo concetto siamo andati a visitare il Centro di Ecologia Applicata di Comacchio, dove un'equipe di specialisti è dal 1991 in trincea contro il fenomeno.
Romeo Bellini, è il coordinatore del centro, insieme a Rodolfo Veronesi, suo valido braccio destro. Con loro lavorano una decina di esperti, compreso qualche stagionale. Il Centro è in fondo al porticato dei cappuccini, ricavato nel palazzo parrocchiale, occupa quattro belle stanze dove tra computer, microscopi elettronici e mappe del territorio, depliant per turisti in tutte le lingue, con indicazioni pratiche, la lotta alle zanzare assume veramente un aspetto "battagliero".
L'attività del centro si distingue fondamentalmente in due momenti: la stagione estiva e quella invernale. D'estate, ovviamente si è in "trincea", quotidianamente operativi per censire, studiare e intervenire sul fenomeno, mentre d'inverno si mettono a punto le strategie e si fa prevenzione.
"L'obiettivo principale della lotta alle zanzare, come ha delineato il professor Celli", dice Rodolfo Veronesi, "è colpire le zanzare nello stato di larva. Per fare questo è necessario individuare i focolai di riproduzione dell'insetto. Sono focolai tutti quei luoghi dove le uova si possono schiudere a contatto con l'acqua. Nella zona che controlliamo noi, che comprende 45 chilometri di costa fino a 4 chilometri di entroterra, ci sono tre tipi di focolai larvali: in area agricola irrigua e scolante (fossi stagnanti, capofossi, scoline, risaie, e zone depresse sotto il livello del  mare), focolai naturali (in aree naturali come ad esempio il boscone della Mesola, l'Ancona di Bellocchio, sui dossi di valle Bertuzzi, nelle pozze delle pinete rivierasche, ecc.), in ambito urbano (fossi di scolo, raccolte d'acqua stagnante, bidoni e gomme d'auto abbandonate, tombini e grondaie  intasate, ecc.). Abbiamo disegnato una mappatura precisa dei focolai di larve ed è lì che interveniamo a scadenze periodiche, o dopo le piogge, o quando rileviamo, tramite campionamento sulla densità , la presenza massiccia di larve. L'intervento chimico deve essere a basso impatto ambientale, e deve avere una capacità di distruzione selettiva, che colpisca cioè solo le larve di zanzare e nient'altro. Abbiamo individuato nel formulato microbiologico a base di Bacillus Turingensis Israelensis, definito Bti, i requisiti che ho descritto prima. Il Bti, ci ha dato buoni risultati, e la sua efficacia la misuriamo sulla minore raccolta di zanzare che segue i giorni successivi al trattamento. La raccolta avviene nelle 16 stazioni di monitoraggio fisse, nient'altro che trappole per la cattura di zanzare femmine adulte (sono quelle che pungono l'uomo per succhiare il sangue necessario a produrre le uova), attivate dal tramonto fino alla mattina del giorno dopo. La trappola attrae la zanzara tramite l'emissione nell'aria di anidride carbonica emanata da ghiaccio secco contenuto in appositi contenitori appesi ad alberi, sotto i quali è posizionata la rete per la cattura. Alla mattina verranno contate le zanzare catturate, e in base ad un indice di disagio di tolleranza umano (che va da un grado minimo assente, ad un massimo di insopportabile) si decide se e come intervenire sulle zanzare adulte. L'intervento adulticida viene fatto con prodotti piretroidi, a bassa tossicità acuta, e con una permanenza nell'ambiente limitata (termolabili e fotolabili). Gli interventi larvicidi che quelli adulticidi vengono appaltati a ditte specializzate nella disinfestazione, tramite l'uso di pompe a spalla, nebulizzatori, bracci telescopici montati su automobili fuoristrada, e persino di un aereo per raggiungere le zone dei bacini molto interni e non calpestabili".
Nel periodo estivo il centro elabora quotidianamente il Bollettino Zanzare
con l'esito delle catture e le informazioni sui trattamenti in corso. Alcuni quotidiani locali, come ad esempio La Nuova Ferrara, riportano, tutti i giorni, i dati forniti dal Centro di Comacchio, offrendo così un utilissimo servizio informativo ai turisti e ai residenti della zona costiera della provincia di Ferrara.
Molti turisti però si lamentano ancora della forte presenza delle zanzare. Il Centro riceve molte telefonate di gente che critica questi interventi definendoli troppo morbidi, che dice che era meglio una volta con il ddt, e così via.
Ascoltiamo come si difende Romeo Bellini, coordinatore del Centro e autorevole portavoce della lotta alle zanzare a livello europeo.
"Il Delta del Po ha la più alta concentrazione di zanzare in Italia. Solo da pochi anni si è cominciato a studiare scientificamente il fenomeno. Per scientificamente intendo dire che veramente solo oggi si sa quali sono le specie di zanzare presenti, si studiano i loro comportamenti, si documenta come quando e perché vengono effettuati i trattamenti, sia larvali che sull'insetto adulto. Solo oggi si conosce, per così dire, il ‘nemico'. Solo oggi si possono leggere le statistiche che in effetti evidenziano il calo fortissimo della presenza di zanzare. Anche se c'è da dire che più di tanto le zanzare non possono calare, non solo per motivi ‘ecologici' relativi all'equilibrio di un ecosistema, ma anche e soprattutto agli evidenti limiti del nostro intervento, primo tra tutti l'impossibilità di intervenire nelle aree protette, come ad esempio il bosco della Mesola, focolaio immenso di zanzare, che ne esporta anche a diversi chilometri di distanza. Qui si tocca un punto nodale della questione. Un parco non può essere un ‘santuario' intoccabile, solo perché una carta l'ha definito protetto. Un parco deve essere considerato come ‘laboratorio', nel quale è giusto e necessario fare degli interventi, e che possa essere considerato nel contesto di un territorio e non uno spazio a se stante dove la natura si sviluppa disordinatamente.   
Trattare le zone circostanti il bosco della Mesola, è come andare contro i mulini a vento, una lotta impari, frustrante e inutile. Così come fino al 1994 era l'Ancona di Bellocchio, bacino d'acqua protetto nel quale non si poteva entrare. Una volta sbloccata la situazione, potendo intervenire, sia pure in modo integrato e morbido, i risultati si sono visti: calo della presenza di larve e abbassamento della cattura di insetti adulti, sia dentro che fuori la zona protetta, a tutto vantaggio dei turisti che occupano la spiaggia e il campeggio vicini.
Un'altro limite al nostro lavoro è l'effetto ‘cattedrale nel deserto'. Le zanzare non conoscono confini, perciò fintanto che i comuni confinati con quello di Comacchio, e la provincia di Rovigo (che amministra l'altra metà del Delta del Po), non si metteranno tutti a fare cordone contro le zanzare, la nostra seppur bella e gloriosa impresa rimarrà un esempio isolato, facilmente vanificabile dall'arrivo di zanzare nate e cresciute nelle zone limitrofe ‘franche', cioè non trattate, e perciò in costante aumento. Attirate dalla forte presenza umana sulla costa comacchiese nel periodo estivo.
Un segnale positivo è il Consorzio Operatori Turistici del Comune di Comacchio, con il quale collaboriamo ad un tavolo unico, e dove il dibattito è ad un livello alto. In quella sede si decide il grado di intervento della nostra azione, e si ha il polso della situazione sulle risposte della gente, senza cadere in facili lamentele e isterismi. Perchè ricordiamoci che le zanzare ci danno fastidio perché aumenta sempre di più la qualità della vita, e quindi il livello di tolleranza si abbassa sempre più. Per cui è difficile dimostrare che effettivamente sono calate. Anche solo per una zanzara nell'appartamento si è intolleranti, per cui al di là di tutti gli interventi possibili (chimici, larvali, prevenzione, ecc.), val la pena di mettersi nell'ordine di idee che con le zanzare bisogna imparare a conviverci, e questo è un salto mentale da compiere tutti insieme, Consorzi, Comuni, Regioni, e semplici cittadini, senza complessi di inferiorità. Anzi facendosene un vanto. Non ci credete ? A Rovaniemi, capitale della Lapponia, i turisti acquistano con piacere souvenirs, magliette e cartoline ispirate alle zanzare. Provare per credere". 

Box: La lotta alle zanzare la puoi fare anche tu !
In Italia ci sono 60 specie di zanzare, nelle zone lagunari dell'Alto Adriatico le più diffuse sono le Aedes Caspius e Detritus, e le Culex Pipiens e Modestus.
Le zanzare femmina della specie Aedes, depongono le uova singolarmente sul terreno umido che si schiudono solo a contatto con l'acqua. L'uovo resiste nel terreno anche degli anni prima di schiudersi. Le Aedes, sono ottime volatrici, possono coprire anche diversi chilometri, aggressive, pungono anche di giorno.
Le zanzare femmina della specie Culex, depongono invece le uova sull'acqua stagnante, o nelle acque inquinate. Sono meno aggressive della specie sopradescritta, ma sono quelle che entrano nelle case.
Per evitare il proliferare delle due specie di zanzare, anche i singoli cittadini possono intervenire, in modo semplice e efficace, vediamo come.
Abbiamo detto che le uova di zanzara si schiudono a contatto con l'acqua, basta quindi evitare di avere acqua stagnante nel proprio giardino o terreno agricolo, o segnalandone  la presenza nel territorio comunale.
In particolare è necessario svuotare completamente i contenitori di acqua almeno una volta alla settimana. Controllare ogni anno che le grondaie non siano intasate da foglie o altri materiali. Quando è possibile, è utile, immettere pesci che si nutrono di larve, nei bacini d'acqua (pesci rossi, Gambusia), e non riempirli mai di acqua inquinata. Eliminare qualsiasi tipo di recipiente abbandonato nella proprietà. Sfalciare l'erba di scoline e fossi, favorendo lo sgrondo delle acque. Se ci sono tombini che trattengono acqua, si può mettere un po' di insetticida tra quelli consigliati.
 

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Il Museo Brindisi a Lido di Spina

Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna luglio - agosto 1995)

Nel cuore del Delta del Po, a due passi dalla affascinante "città d'acqua"  che è Comacchio, in provincia di Ferrara, c'è un museo d'arte contemporanea, affascinante e con una giustificata presunzione: essere una delle più grandi collezioni private esistenti al mondo.
A "mollo" nella laguna ferrarese, a cento metri dal mare, quasi come una "cattedrale nel deserto", il Museo Alternativo "Remo Brindisi", rappresenta un raro esempio di "casa aperta per l'arte", che nessuna rivoluzione culturale è mai stata in grado di realizzare.
Definire il Museo una "casa per l'arte", non è un eufemismo né un vezzo giornalistico, ma la concezione propria e originale che ha spinto il pittore Remo Brindisi,  78 anni, nato a Roma, e residente a Milano, insieme all'architetto Nanda Vigo, a realizzare l'"utopia possibile": creare una struttura polivalente che presenti le principali opere d'arte contemporanea mondiale in forma permanente, che sia in grado di contenere eventi collaterali ( mostre di giovani artisti, performance teatrali, concerti musicali, feste, ecc. ), dove si possa vedere il "maestro" al lavoro nel suo atelier, e addirittura si possano ospitare amici e cultori dell'arte nelle stanze arredate con pezzi pregevoli di design contemporaneo e opere d'arte dappertutto.
Una casa museo, donata allo Stato nel 1973, che ha mantenuto la sua promessa iniziale di struttura "aperta" da più di venticinque anni.
A differenza di tante altre iniziative simili che promettono, e da lì a pochi anni le pie intenzioni si perdono per strada. Per Remo Brindisi, invece, la bella struttura di Lido di Spina è ancora in ottima forma, e da anni è diventata la sua residenza estiva, dove si trasferisce per tutta la stagione estiva. Sono circa 5000 le persone che ogni estate visitano (gratuitamente) il museo, ammirando tele di Picasso, Chagall, Modigliani, Matisse, De Chirico, Balla, Mirò, e tutti gli altri artisti che hanno fatto la storia dell'arte contemporanea. Per un totale di più di 2000 opere d'arte, dislocate nelle sale della struttura principale, nel padiglione esterno e nel giardino del museo.
La curiosa struttura architettonica, cubica e completamente bianca all'esterno, e circolare all'interno, ricorda l'impostazione del famoso Guggenheim di New York, dove i visitatori per spostarsi da un piano all'altro salgono e scendono da scale a forma di spirale.
" Era l'unico modo per simboleggiare lo stile pittorico e la ricerca artistica che il maestro sta seguendo da decenni ", afferma Giglio Zarattini, assessore alla Cultura del Comune di Comacchio, e inseparabile collaboratore del maestro, e continua " Brindisi ha vissuto questo secolo attirato da due grandi spinte: l'impegno sociale e politico da una parte e la soggettività e l'interiorità dall'altra. Quando prevaleva la spinta dell'impegno realizzava grandi cicli pittorici sulla storia, come : la Via Crucis, l'abbattimento del mito di Stalin, processo al Cardinal Mindszenty, la storia del fascismo ( negli anni cinquanta ), quando, al contrario, sentiva forte il bisogno intimistico, realizzava opere inserite nei filoni delle Venezie ( scorci della laguna veneta ), dei temi bucolici ( legati ai ricordi della sua terra d'Abruzzo ), e della maternità. Queste due differenti spinte lo facevano così da una parte aderire al movimento del Realismo, di cui massimo esponente era Guttuso, e dall'altra però diventandogli stretto il Realismo, percorrendo altre strade di ricerca che permettessero all'arte di esprimersi senza lasciarsi troppo influenzare dagli avvenimenti politici, arriverà alla definizione stilistica di Nuova Figurazione,  che tanto ha fatto parlare nell'ambiente artistico nazionale. Nei suo quadri esce quella sorta di ‘uomo nuovo', che Brindisi ormai ha elaborato: laico ma capace di credere e di avere fede, contro la violenza e contro le divisioni sociali, che guarda e osserva il mondo con molta curiosità, che nello stesso modo può criticare la società, ma anche, guardandosi dentro, criticare se stesso".
Il Museo è lo specchio di tutti questi discorsi. Abbiamo detto che l'interno è a forma circolare, con le scale che salgono a spirale. I quadri e le sculture sono dappertutto, non esiste distanza tra l'opera e il visitatore, ogni opera d'arte è contestualizzata nell'ambiente, quadri nelle camere, sculture sui gradini delle scale, dipinti tra una finestra e l'altra, specchi alternati a quadri, e così via, per cui la direzione dello sguardo non è ( come nei musei classici ) unidirezionale, ma polidirezionale: non siamo spettatori di uno spazio delimitato nel quale sono collocate le opere, dove proiettare obbligatoriamente la nostra fantasia. Nel museo di Brindisi, il nostro sguardo può così appoggiarsi indistintamente in qualsiasi parte dell'ambiente, che sarà sempre appagato. Il nostro corpo è parte di quell'ambiente, l'arte è dentro di noi, e noi possiamo entrare simbolicamente nella mente dell'artista: che guarda il mondo e si guarda nel mondo. Nella parte alta del museo ci sono infatti una serie di finestre dalle quali si vede quello che succede al piano terra, al centro della sala, nella zona del "salotto nero", dove avvengono gli eventi culturali e le feste. In sostanza tutti vedono tutti, in forma circolare, non c'è chi parla e chi ascolta, ma ci si parla e ci si ascolta.  Nel salotto centrale il visitatore o l'attore, o il pittore affonda il proprio corpo, è simbolicamente il nocciolo dei discorsi esposti fin qua: il tutto che entra nel "centro", lo scavo psicologico nell'uomo e nel suo mondo che lo circonda. Attorno a quel divano tutte le opere d'arte esposte alle parete sembrano muoversi armonicamente in un vortice esistenziale.
Con lo stesso registro possiamo osservare il ciclo pittorico dedicato alla città lagunare per eccellenza: Venezia. La città dai mille canali è sempre stata cara al maestro Brindisi, che per un periodo ci ha anche soggiornato insieme all'attore Marcello Mastroianni. Nei quadri intitolati a Venezia, c'è una città che perde i suoi connotati di realtà, per assumere quelli più evanescenti, metaforici di città fascinosa, surreale e mitica. Come ha sottolineato il critico d'arte Leo Strozzieri: " Venezia, per Remo Brindisi, è lo specchio della preziosità interiore dell'uomo. La sua Venezia non può essere solo episodica, quotidiana, ma figura di tessera del grande mosaico dell'umanità a cui stanno a cuore le sorti del mondo, anche e soprattutto in chiave ecologica".
  

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Al Batal
Una valida esperienza di teatro di strada, la riscoperta degli usi e costumi autentici della vita lagunare: un aiuto al rilancio turistico di Comacchio

Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna maggio -  giugno 1994)

 

" Poi che la luna in mezzo al cielo splende,
la gente che nel giorno ha suo riposo alla laguna taciturna scende.
Alcuni a guazzo. Dentro il limo algoso
s'affatican co' piedi, ed hanno il fianco dall'acqua morta livido e corroso.
Ecco, taluno vibra il colpo franco,
e dall'asta alle punte sapienti convulso si contorce un ventre bianco.
Allora ei morde al capo con i denti
l'anguilla e sì l'infilza in un marino giunco onde cinge i fianchi suoi dolenti.
Che se l'inseguitor sente vicino
la molteplice punta all'acque getta, e dal ventre si scioglie il suo bottino.
Così che indisturbato e senza fretta
seguita il suo cammin nella laguna, segue la passeggiata maledetta.
Solitario romantico alla luna.

("L'età del bronzo" cap. 2 della poesia di Filippo Carli, tratta dalla raccolta "L'anima azzurra").


"Di storie, storielle, canzoni e liriche sui fiocinini di Comacchio ne abbiamo lette e sentite tante, ma intensa e vissuta come questa poche". Chi parla, con voce pulita e tonda, è Pier Tommaso Zarattini, regista teatrale di Comacchio, che nel 1982 ha fondato la compagnia di teatro dialettale "Al Batal".
"A Filippo Carli, sociologo ed economista, nato e vissuto a Comacchio, a cavallo del novecento, papà del Guido governatore della Banca d'Italia, sono molto legato", continua Pier Tommaso, "perchè è uno di quei personaggi raffinati e colti che hanno saputo interpretare in modo poetico e artistico la vita quotidiana, i desideri e i sogni dei comacchiesi".
"Uno di quei pochi, insomma che 'ha dato' qualcosa alla città lagunare, a differenza dei molti che arrivano e 'prendono' quello che c'è da prendere e via che vanno". Pier Tommaso è amareggiato per i secoli di storia che hanno contrassegnato negativamente la vita economica e culturale della sua città, anni di saccheggi, di dominazione, di emarginazione, che non hanno mai permesso a Comacchio di svilupparsi adeguatamente, pur avendo mille risorse naturali a disposizione. Ma il suo non è un atteggiamento disfattista, anzi. "Al Batal" è nato per questo. Per combattere la rassegnazione, per elevare il giudizio che i comacchiesi hanno di se stessi, e per una volta ridere e distaccarsi dagli stereotipi nei quali sono inevitabilmente confinati.
"Al Batal" sta per "Il Battello", ed è l'imbarcazione in legno, usata fino a qualche decennio fa per trasportare il sale. Oggi ce n'è un esemplare ben conservato, alla fonda in uno dei canali principali di Comacchio. Pier Tommaso ha pensato al battello, ispirandosi alle rappresentazioni di strada dove c'è il carro pieno di teatranti. Nei canali comacchiesi il carro si trasforma in "al batal", una barca che porta in sè il teatro.
Un teatro con i piedi a mollo. Che risente inevitabilmente della disperazione e della miseria delle valli, ma che concede spazi anche agli altri aspetti giocosi della vita: l'amore, il dialogo tra le generazioni, l'astuzia, e la magia. Esalta ruoli positivi come quello del vecchio-saggio, della dolcezza e dell'emancipazione delle donne. Senza escludere una delle ricchezze di Comacchio i reperti archeologici, tra chiacchere e sotterfugi.
Pier Tommaso ha iniziato presto ad interessarsi di teatro. Si è formato al ruolo di regista da autodidatta, in un modo singolare che val la pena di ascoltare: "Quando, dopo la guerra, potevo muovermi con mezzi propri, non perdevo occasione di correre sulla strada statale Romea per raggiungere Ravenna, vicina capitale del teatro. Con le amicizie che avevo stretto con i tecnici e le maestranze che lavoravano dietro le quinte degli spettacoli teatrali, potevo sedere nella penombra dellla platea a curiosare cosa facevano i registi e gli attori durante le prove, alle quali di solito il pubblico non poteva accedere", racconta sottovoce Pier Tommaso, e mi supplica di "non scriva queste cose, non era possibile fare quello". Non si preoccupi Zarattini, di tempo ne è passato, e se anche Vittorio Gassmann o Dario Fo verranno a sapere che nel buio della sala durante le prove c'era un aspirante regista comacchiese che li spiava, che ne registrava gli atteggiamenti, e che studiava come si modifica un'interpretazione, non potranno far altro che andarne fieri, perchè lei in quel momento rappresentava lo spettatore modello, quello che tutti i registi vorrebbero avere.
"In effetti" continua sorridendo Pier Tommaso, "durante le prove del mio ultimo spettacolo c'erano ben cinquecento persone ferme, immobili in platea a curiosare le scene, i costumi, e a osservare i calcoli dei tempi, e dei passi sul palcoscenico".
Dunque c'è grande interesse attorno al teatro di Zarattini.
I primi passi li ha fatti con i bambini delle scuole elementari nel 1978, quando metteva in scena delle piccole commedie e dava in beneficenza il ricavato. Nel 1982, come abbiamo detto, nasce la compagnia "Al Batal", formata da una trentina tra attori e tecnici che, da quella data ai giorni nostri, metterà in scena innumerevoli commedie scritte e dirette da Zarattini.
Nel 1984 propongono un carnevale navigante sui canali di Comacchio. Nel 1987 lo spettacolo "Al Guasarol" viene rappresentato anche a Ravenna, Forlì e Cesena. Nel 1988 organizza i figuranti di un Borgo comacchiese che riceve la visita della Corte Estense di Ferrara (di quest'esperienza ne parla bene, tra gli altri, la critica Vittoria Ottolenghi). Nel 1992, la compagnia si aggiudica il primo premio alla rassegna dei teatri dialettali emiliano romagnoli a Cesena. Dal 1987, quasi tutti gli anni "Al Batal" per Natale, porta a fianco dei canali e sui ponti comacchiesi tanti Babbo Natale, che recitano e scaldano il clima rigido dell'inverno.
Ma lo spettacolo che di recente ha portato molta gente a Comacchio, e ha riscosso molto interesse da parte della stampa è il gemellaggio tra Comacchio e Venezia.
Già nel 1993 una grande nave veneziana era arrivata nel cuore della cittadina ferrarese con le sue maschere di Pantalone e Arlecchino, per incontrare la maschera comacchiese inventata da Zarattini: la Cavalchina (popolana, libera da impegni sentimentali che vive tra la piante di tamerice e canna palustre). Anche nel 1994, su una gondola veneziana, Pantalone si è ripresentato all'appuntamento estivo con Cavalchina. Le foto del servizio si riferiscono a quell'avvenimento, spettacolare e intenso. E' una commedia a puntate, ogni anno si sviluppa la storia, si attorcigliano le vicende e si aggiungono sempre nuove trovate. Il soggetto di Zarattini vede Arlecchino ubriaco, che arriva a Comacchio scambiandola per la vicina Venezia, credendosi a casa, la figura femminile che incontra (Cavalchina) le sembra un'amica e ci fa l'amore. Così l'anno dopo quando anche Pantalone per altri motivi arriva a Comacchio si invaghisce della Cavalchina e la vuole sposare. Ma Cavalchina che ha già fatto l'amore con Arlecchino non sa come dirglielo, e anzi non glielo dice affatto. Così tra i due inizia un dialogo (sulle rispettive barche: uno sulla gondola e l'altra sulla batana), fatto di scaramucce, lusinghe, promesse e cordialità. Alla fine in gesto di reciproca stima si scambiano le barche e si danno appuntamento al prossimo anno.
Per il futuro Zarattini pensa di coinvolgere anche una compagnia teatrale napoletana, così da creare un asse per il teatro di strada, anzi d'acqua, tra Venezia, Comacchio, Ravenna e Napoli.
In bocca al lupo.
  

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Un mestiere antico
A Loreo, nel delta rodigino, un cantiere costruisce le imbarcazioni con metodi e tecniche rimaste immutate da quando la Serenissima diffondeva la propria autorità nel Mediterraneo

Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna luglio - agosto 1994)
Piega il legno come fosse carta, disegna le linee a mano libera come Giotto, muove la sua ascia come uno scultore: è Ermes Carlo Stocco, maestro d'ascia da una vita. Il suo è un mestiere antico, tradizionale, artigianale.
Al cantiere Doni di Loreo, in provincia di Rovigo, nel Delta del Po, l'arte di disegnare, di tagliare, di piegare e di inchiodare i legni delle future barche viene praticata tutti i giorni, e con entusiasmo. A dirigere e coordinare il lavoro è Ermes, vero artista del legno. L'assetto e la stabilità della barca dipendono dalle sue mani e dalla sua capacità di inventare la forma dello scafo senza stampi, senza modelli prestabiliti, solo con l'ausilio di una piccola squadretta di legno, della sua inseparabile ascia e di tanta esperienza.
Ermes è sempre molto preso dal lavoro, non ama spiegare quello che fa, preferisce far vedere come lavora, lasciando all'osservatore il compito di capire le fasi e le tecniche di costruzione delle barche. Con le foto che illustrano il servizio speriamo di rappresentare e sintetizzare il lavoro incredibile di questo mago delle navi, che le crea da quattro assi messi lì, apparentemente in modo casuale, ma che in realtà seguono uno schema ben preciso: quello che Ermes conserva nella sua testa, come un tesoro, più affidabile di qualsiasi disegno tecnico.
E' l'insegnante in pensione, prof. Enzo Milani, la " voce " di Ermes, e degli altri lavoratori del cantiere, compresi quelli che non ci sono più. E' lui che, insieme a Roberto Bonafè (parente della famiglia Doni) nel 1992 ha rilevato l'attività ormai in chiusura del cantiere di barche, creando una cooperativa di 10 soci, che attualmente cura nel ruolo di socio di capitale, e promotore di iniziative culturali legate alla tradizione marinara. Spesso scolaresche, anche dall'estero, visitano il cantiere, è Enzo che le accompagna, che finalmente si sente appagato del suo ruolo di divulgatore di un lavoro che rischiava di scomparire.
Anche per Laguna, il prof. Enzo si è calato nei panni di Cicerone. e ci ha permesso di entrare nel "ventre" del peschereccio in costruzione, ad annusare l'intenso  profumo del legno.
"I Doni lavoravano per la Serenissima di Venezia, realizzando barche da trasporto", inizia Enzo, tenendo tra le mani le vecchie fotografie del cantiere, "Tra tutte le più costruite erano i Borchi e le Gabare, e curavano la manutenzione dei Trabacoli che facevano la spola con l'Istria per il trasporto di materiale inerte (sasso, granito e legname). Fino agli anni cinquanta lavoravano nel cantiere 25/30 dipendenti. Negli anni sessanta con la crisi nel settore (perché il trasporto si è trasferito su gomma), è rimasta solo la pesca come attività. Da quegli anni sono calati i dipendenti e la produzione del nostro cantiere si è ristretta alle barche da pesca, tipiche della zona: a fondo piatto, lunghe dagli 8 ai 17 metri".
Abbiamo visto carpentieri con cacciaviti, martelli, scalpelli, pialle, al massimo piallette elettriche, ma dove sono gli strumenti sofisticati dei cantieri moderni come computer, fotocellule, carrelli, e quant'altro?
"La lavorazione è completamente manuale", dice sorridendo Enzo,  "nel cantiere non ci sono gru, sollevatori o altri impianti per spostare e sollevare le barche, si lavora solo con gli assi di sostegno, con i tiranti, i morsetti, le slitte e tanta forza nei muscoli. Abbiamo scelto di continuare a lavorare manualmente, perché solo in questo modo, crediamo di poter offrire la garanzia del prodotto. Quando una barca è costruita a mano, viene controllata subito, si scelgono accuratamente i materiali e si controlla scrupolosamente la posa in opera. In una produzione industriale a catena, invece, il controllo si fa solo alla fine. In più la lavorazione manuale riesce a soddisfare le esigenze dei pescatori: a secondo del tipo di pesca ci vuole il tipo giusto dello scafo e l'attrezzatura che si mette a bordo. Noi facciamo lo scafo poi, messa in acqua la barca, ditte esterne finiscono l'attrezzatura (motori, strutture metalliche, impianto elettrico, strumenti di bordo, ecc.)".
  Allora è tutto un lavoro di mani, di testa e di esperienza?
"Infatti, sono gli otto lavoratori, distinti tra un maestro d'ascia, due allievi maestri d'ascia, e cinque calafati - carpentieri, gli artefici fondamentali delle barche, gli unici in grado di seguire la lavorazione dall'inizio alla fine. Questo è un grande vantaggio, ma allo stesso tempo un limite, perché è difficile preparare le maestranze. Un buon maestro d'ascia deve avere almeno vent'anni di esperienza. Noi abbiamo Ermes Carlo Stocco, che è l'allievo del maestro d'ascia Dagoberto Doni, che sta tirando su Lucio Rizzo e Andrea Pizzighello, ma dopo di loro ci sarà qualcun altro che continuerà il
mestiere?".
Ci può descrivere le barche che state realizzando?
"Stiamo costruendo dei prototipi, innovative per struttura e dimensioni, in chiglia, molto robuste e veloci. I materiali usati sono molto duri e resistenti: per le ossature si utilizza quercia di rovere (di importazione francese), il fasciame è di quattro centimetri e mezzo in larice (dalla Val di Fiemme), la chiusura del fondo è realizzata con un legno senza nodi, resistente al bagnasciuga che non assorbe molto e resiste all'umidità senza imputridire, e in più non sarà dipinto, si chiama Iroko (viene dalla Costa d'Avorio)" continua Enzo, accennando anche le fasi di costruzione, "per realizzare la forma definitiva  è prioritaria l'asta di prora, scolpita con l'ascia, poi le ordinate principali, lo specchio di poppa, e le linee di forma con le sagome. Il cliente può chiedere che la sua barca sia, ad esempio, 20 centimetri più larga o stretta, e questo incide sulla stabilità e sulla determinazione della stazza.
Fondamentale è la preparazione del legno. E' il maestro d'ascia che ne cura la stagionatura, che sceglie le assi da usare, che disegna la tracciatura per il taglio, che pialla i profili delle assi. Mentre l'assemblaggio viene fatto dai carpentieri. All'assemblaggio della struttura interna segue il cosiddetto rimboschimento della barca, il fasciame, longitudinale, trasversale, costole, madieri, ecc.
Il fasciame viene legato, e per la tenuta stagna viene fatto il calafataggio. Una volta era in canapa, oggi è una treccia in cotone, di vari diametri. Negli interstizi (comenti) delle assi viene pressata la treccia, e poi sigillata con delle resine epossidiche bicomponenti e degli stucchi che garantiscono la protezione del tessuto per 20-30 anni".
Ma la fase di lavorazione che più rende "mitico" il cantiere, è la piegatura delle assi fatta con il fuoco creato con fasci di erba palustre. Ritorniamo tutti bambini, e restiamo affascinati davanti allo spettacolo delle abili mani di Carlo Stocco, che agitano il fuoco sotto la tavola di legno che deve essere piegata in un certo modo per andare in quel preciso punto della carena della barca. "La temperatura del fuoco deve essere mantenuta costante, deve creare vapore, e soprattutto bisogna evitare che bruci, perché bruciando le fibre del legno, la tavola si scheggia e salta via" ci spiega Enzo, con una espressione tranquilla di chi sa che nel suo cantiere di assi se ne sono scheggiate ben poche. Con una atteggiamento fiero di chi sa che i porti principali dell'Adriatico settentrionale conoscono le barche del cantiere Doni. Che dal dopoguerra ne sono state costruite 250. Che Chioggia ha 500 pescherecci, di cui un terzo è firmato Doni.

  

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Appunti dal set
Il backstage del film Al di là delle Nuvole di Michelangelo Antonioni assistito da Wim Wenders


Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna novembre - dicembre 1994)

I comacchiesi percorrono il lunghissimo porticato del convento dei Cappuccini per andare a "mettere un piede" sul gradino della chiesa. In questi giorni nebbiosi e umidi, invece, i comacchiesi, o meglio le ragazzine di Comacchio, corrono lungo il porticato dei Cappuccini con dei foglietti in mano. Mi chiedo se è una nuova forma di religiosità popolare. Nient'affatto. La calamita per le centinaia di "comacine" è l'attore più in voga negli ultimi tempi: Kim Rossi Stuart.
Si proprio lui, quello di Fantaghirò, il bello di tanti sceneggiati televisivi, il fidanzato ideale per migliaia di ragazze italiane.
Il miracolo a Comacchio è avvenuto. Ore e ore a battere i piedi per terra dal freddo, in fila indiana davanti alla porta chiusa della Sivalco (Azienda delle Valli di Comacchio) dove si sta girando il film di Michelangelo Antonioni, per quell'autografo da incorniciare vicino al letto.
Gli anonimi uffici della Sivalco sono diventati la Cinecittà ferrarese, il cuore del set del film che mezzo mondo sta aspettando. Purtroppo il set è a porte chiuse, oscurato alle telecamere francesi, inglesi e tedesche che insistentemente avevano chiesto l'autorizzazione per fare qualche ripresa.
Set chiuso anche per i tanti giornalisti che hanno telefonato innumerevoli volte al ferreo ufficio stampa. Indiscrezioni negate ai molti fotoreporter appostati sui tetti o "pizzicati" dai rigorosissimi carabinieri della caserma locale.
Le foto che illustrano questo servizio sono le poche che si sono potute realizzare. Antonioni ne meritava ben altre. Pazienza, la produzione ha voluto salvaguardare la serenità e la calma del set, che in effetti c'è. E' raro trovare un set tranquillo, dove vengono rispettati gli orari, le pause, dove regna sovrano il silenzio. Il silenzio di Antonioni davanti all'infinito evanescente delle valli: atteggiamento da suggerire ad ogni visitatore, per interiorizzare meglio la magia del Delta del Po.   
Il set, però, non è solo poesia, ma anche e soprattutto artificio. Così gli osservatori più smaliziati sorridono quando i tecnici cercano di ricreare con delle bombole spray la tipica nebbia delle valli!
Anche ai più distratti non è sfuggito il paradosso di quando è stato ingaggiato un camion-cisterna per spruzzare acqua nella strada acciottolata per rendere più umida Comacchio. Ancora più umida di così?
Poi c'e quel ragazzone, che si aggira dinoccolato tra i tecnici, ogni tanto parla all'orecchio di Antonioni, scatta e scatta tantissime fotografie. In pochi riconoscono sotto quella lunga giacca a vento uno dei più grandi registi del mondo: Wim Wenders. Gran giocherellone, eterno bambino, Wim Wenders si muove nel Delta con una leggerezza unica, con un'attenzione estrema ai particolari e con lo spirito di chi vuole "assaggiare" tutto.
Così anche il contenitore  dell'anguilla marinata diventa, per Wim Wenders, il cilindro del mago, dal quale salta fuori chissà quale sorpresa.
L'ultima sorpresa ce l'ha riservata l'addetto al casting, colui che recluta le comparse. Tutte le mattine, tra un attore e l'altro, scortati da macchinoni targati Roma, Mi, Bo, France, Deutschland, ecc. superano il magico cancello della Sivalco, l'ex sindaco di Comacchio Luciani e la sua fedelissima first lady, per andare a indossare i panni dei locandieri, negli uffici dell'Azienda Valli trasformata per l'occasione in antica locanda.
Giornate indimenticabili per la coppia più famosa di Comacchio, che possono così esibire l'ennesima foto ricordo in compagnia delle star del cinema. Ultima di una lunga serie di istantanee attaccate alle pareti del loro ristorante, dopo quelle in compagnia di Sting, di Dubceck e di Carlo Rambaldi.
Rambaldi ? Si proprio quello degli effetti speciali, quello di ET,  
il mago della fiction che ha le radici nel delta ferrarese e il cuore trapiantato da lunghi anni a Los Angeles, l' altra capitale del cinema. Dopo Comacchio, ovviamente.
  

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Il Barattolo
Ceramiche a Rosolina Mare ispirate ai temi della laguna


Testo e foto di Andrea Samaritani

(Laguna novembre - dicembre 1994)
"Tutto è iniziato con un tubetto di colore un po' schiacciato che schizza fuori il suo contenuto". Tranquilli non è un racconto horror, né un giallo, è solo l' incipit artistico di Giorgio Mazzon di Rosolina Mare, in provincia di Rovigo, nel cuore del Delta del Po.
"Ho sempre avuto la passione per la pittura e la scultura, e dieci anni fa, ho deciso di trasformare il mio hobby in lavoro", ci racconta Giorgio, 46 anni, e continua "la Pop Art americana è stata la scuola a cui mi sono ispirato, che mi ha offerto le chiavi giuste per interpretare le cose, gli oggetti tradizionali e moderni, della zona lagunare dove abito con la mia famiglia. All'inizio ho provato con il vetro, poi ho visto che non riuscivo ad ottenere i risultati che desideravo, allora ho cominciato a modellare la creta e le forme che ne uscivano soddisfavano maggiormente la mia creatività".
Sotto le abili mani di Giorgio hanno così preso forma le sculture che caratterizzano il laboratorio chiamato "Il Barattolo". Inizialmente, sono stati prodotti i tubetti di colore da tenere sulla scrivania dell'ufficio, come fermacarte, poi le tartarughe, le anatre umanizzate (come i personaggi dei cartoni animati), le meridiane, gli orologi, le stelle, le zucche, fino alle barche, ai pescatori, e alle facciate delle case lagunari.
Sono quest'ultime le creazioni che meglio rappresentano il catalogo del laboratorio immerso nel Delta del Po.
Barche e pescherecci piegati dall'azione del vento, dalle forme gonfie, dalle proporzioni caricaturali (che non rispecchiano cioè quelle reali), con il fumo dei motori solidificato.
Sulle barche i pescatori sono indaffarati a tirare su le reti o a fiocinare i pesci (dalle anguille alle balene). Un'interpretazione più artistica ha permesso a Giorgio di realizzare degli spaccati di mare verticali con le varie profondità evidenziate dalle tonalità di colore blu decrescente, con in cima la barca dalla quale scende la gonfia rete del pescatore. "E' uno stile moderno, un modo di vedere con gli occhi americani della pop-art le tradizioni della nostra laguna", insiste Giorgio, "i nostri oggetti così interpretati possono fare bella mostra di sé nei migliori negozi di oggettistica d'Italia".
Dell'ultima produzione appartengono le facciate delle case di Chioggia, Burano, Venezia e del Mediterraneo, che si possono appendere al muro e comporre a piacimento.
Una volta fatto lo stampo in gesso, e cotta la ceramica (una volta sola), l'oggetto viene decorato a mano da una squadra di sette ragazze coordinate da Elisa, vent'anni, figlia di Giorgio, che curano con estrema attenzione tutti i particolari delle statuette. I colori sono acrilici, e la lucidatura finale viene fatta da Elisa senza fare uso di prodotti chimici, ma utilizzando una cera protettiva ad acqua.