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MERIDIANA IMMAGINI - AGENZIA FOTOGIORNALISTICA

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LIBRI_0240


Dal Nero della Storia

pubblicato in "Il Museo della Sanità e dell'Assistenza della Città di Bologna"

a cura di Graziano Campanini

Minerva Edizioni, Bologna, 2003

sul volume Il Compianto di Niccolò dell'Arca a Santa Maria della Vita, Bologna.


Di recente mi era capitato varie volte che degli amici o clienti (in alcuni casi è difficile tenere distinte le definizioni), di Milano, di Roma o di altre città lontane da Bologna, mi raccontassero più o meno tutti la stessa cosa: "dicono che in una chiesa della tua città, ci sia un compianto straordinario, definito come la più importante terracotta di tutto il rinascimento italiano, di uno scultore chiamato Niccolò dell'Arca".  Annuivo, accennavo qualcosa, con quella fatica e imbarazzo più o meno nascosto, come quando devi trovare qualche aggettivo in più oltre il buono, gradevole o fruttato per definire il vino che ti è stato appena offerto. Non lo conoscevo.
Avevo fotografato altri compianti, in giro per l'Italia, tra cui quello altrettanto bello di  Guido Mazzoni (1475), in Santa Maria degli Angeli, a Busseto, nella patria di Giuseppe Verdi.
Di Niccolò dell'Arca avevo presente la famosa Arca in San Domenico e l'aquila in San Giovanni in Monte, ma il compianto, quello "splendido teatro dei sentimenti", come lo definiscono i critici d'arte, non lo conoscevo.
Vederlo e desiderare di fotografarlo è stato un tutt'uno.
Durante tutto il lungo e impegnativo rilievo fotografico commissionatomi dalla Azienda Usl di Bologna, sul complesso di Santa Maria della Vita, prima durante e dopo il grande restauro dell'anno 2000, non facevo altro che pensare a quelle statue coperte da grandi teloni bianchi, nascoste in quell'altare laterale seminascosto tra ponteggi e panche ammassate davanti. Cercavo di immaginare come poteva essere, al di la delle fotografie che avevo visto in qualche catalogo, e quelle realizzate dal mio socio Paolo Righi, qualche anno prima. Non era facile. Sapevo che il compianto, finalmente, avrebbe avuto un contorno pulito, un proscenio all'altezza del suo valore, diverso da quello che trovò Gabriele D'Annnunzio nel 1924: sculture sporche e impolverate per l'incuria:
"La pietà pannosa di ragnateli! La Maddalena ne aveva dietro la benda, Maria di Cleofa ne aveva tra dito e dito".
Avevo una gran voglia di illuminarle, di perdermi nelle mille combinazioni che offre la luce attorno ad un'opera tridimensionale.
Dopo un anno di restauri, finalmente, una mattina, un faretto volante appoggiato di taglio da una restauratrice, mi attira verso quell' altare: la pulizia è finita, il compianto è libero, le "marie" riprendono a urlare, e con loro i pellegrini e i mille visitatori che tutti i giorni si accalcano davanti a quell'altare, fuori dal tempo e dallo spazio. In una chiesa atipica. Troppo alta. Troppo incastrata nel vicolo. Troppo centrale. Troppo nascosta. Perciò protettiva, e materna, come solo può essere il ventre di una città. In una stradina che, tra bancarelle della frutta, mercati rionali, macellerie e pescherie, evoca semmai i carrugi genovesi, o le calli veneziane, anziché i portici bolognesi, di cui si avverte la presenza, ma che iniziano solo venti metri più in là.
In un altro spazio. In un altro tempo.
Dopo i pennelli asciutti della restauratrice con la tuta bianca, sono arrivati subito i miei riflettori. Mi sentivo come un regista che finalmente mette in scena lo spettacolo, che controlla le luci, le posizioni, le inquadrature. Ogni piccolo spostamento era una scena diversa. Se ne accorgevano anche i visitatori che mi affiancavano durante le riprese fotografiche. A qualcuno scappava un immancabile "beutiful!", qualcun altro non si tratteneva e mi chiedeva di fotografarlo con la macchinetta istantanea a braccetto della moglie, di fronte alle sculture.
Il libro si apre con una visione semisoggettiva da Maria di Cleofa, che con le mani "allontana" la scena del Cristo morto. Una foto racchiusa nel nero dell'inquadratura e nel bianco dell'impaginazione, senza via d'uscita.  E' il mio tentativo di descrivere e racchiudere il racconto, per evitare che la storia si allontani da quel centro tematico che è la morte di Cristo. Ho la presunzione di aver trovato un punto vista inedito: ciò che vede e fa una delle Marie.
Il libro si chiude su un primissimo piano di San Giovanni. Il volto è rotondo, la luce è molto diffusa, le linee della faccia e del braccio escono dal libro da tutte le parti. E' una foto aperta, che chiude il libro per riaprirlo. C'è chi vede in San Giovanni un personaggio barocco, chi un nobile francese, chi un cavaliere errante. Le interpretazioni sono diverse e infinite.
Era di terra? Era di carne incorrotta? Non sapevo di che sostanza fosse.
(Gabriele D'Annunzio)
La terracotta delle figure, negli anni ha perso i suoi colori originali.
Sono rimaste le forme, le espressioni, i volumi, gli spazi. I particolari degli occhi, dei denti, le increspature della pelle e delle vesti, il nudo sotto i panni di Maria di Cleofa e Maria Maddalena, la contenuta tristezza di Giovanni, le tenaglie in mano a Nicodemo, i buchi dei chiodi e della lancia nel costato del Cristo, ma il colore non c'è più. Per mia fortuna.
Da anni desideravo riprendere a fotografare in bianco e nero. Queste sculture, fatte di sola forma ed espressività, sintesi estetica, senza fronzoli, sono la palestra ideale per chi vuole provare l'emozione rarefatta del bianco e nero, del chiaro-scuro, delle ombre e della luce.
Espressioni che escono dal nero, dal buio della storia, in cerca di luce.

Andrea Samaritani, maggio 2001