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MERIDIANA IMMAGINI - AGENZIA FOTOGIORNALISTICA

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Il Delta del Po di Eraldo Baldini

I paesaggi deltizi del più grande fiume d'Italia sono gli sfondi dove
si svolgono i racconti dello scrittore ravennate

"Nuvole e leggende"
da: I Viaggi di Repubblica del 23 aprile 2009

testo e foto di Andrea Samaritani

I finestrini della nostra automobile incorniciano un paesaggio fatto di linee orizzontali parallele, blu, verdi e poi ancora verdi e blu. I colori del Delta sono questi: l’acqua di laguna e di valle che si fonde e si contende lo spazio con le barene e le isole erbose, con i canneti, con alcune macchie di alberi che paiono rappresentare l’unico tentativo di verticalità in un mondo che si fa essenza stessa della pianura, quella grande pianura che qui finisce scivolando nel mare, liquefacendosi nell’abbraccio dell’Adriatico, sotto un cielo che può gravare come un enorme coperchio grigio o farsi pista blu in cui corrono nuvole veloci come quelle d’Irlanda.
«Mi piacciono i colori del Delta, sono tanti e diversi eppure capaci di fondersi in una perfetta sinfonia cromatica. Una sinfonia che cambia registro col cambiare della luce e delle condizioni del tempo». Eraldo Baldini mi guarda, come per assicurarsi che capisca o che condivida ciò che ha detto. Poi continua: «Questo è un mondo a parte. Qui tutto sembra sempre immobile, sempre uguale, eppure tutto nasce dal movimento, dalla continua trasformazione. La stessa geografia qui è vaga e sfuggente: cambiano la direzione delle acque e dei venti, le linee di costa e di riva, la terra e l’acqua giocano l’una con l’altra. Le piene, le secche, la nebbia, le brezze... muta tutto e così si plasmano un paesaggio o una sua immagine sempre nuova. Lo sai che a seconda della direzione in cui sono inclinate l’erba e le canne potresti vedere forme e colori del tutto diversi?»

Poi mi indica voli e sagome d’uccelli; li riconosce a colpo sicuro, con l’occhio allenato di chi ha visto e amato da sempre questi animali padroni del Delta. «Una parte degli aironi cinerini e delle garzette ormai non migrano più: ci stanno bene qui, ci svernano. Fra un po’ arriverà il grosso dei fenicotteri: allora sì che è uno spettacolo, quando ci sono specchi d’acqua che si tingono tutti di rosa».

Sono ormai tanti i romanzi e i racconti di Baldini, amati in Italia e tradotti all’estero, e buona parte di loro parla di queste zone, di questo «mondo a parte» con cui l’autore ha grande familiarità, perché vive non lontano di qui, a Porto Fuori, una frazione di Ravenna dal nome che è tutto un programma: terra un tempo di costa, poi di risaie e paludi, oggi a un paio di chilometri dal mare e dalla periferia del capoluogo. In città non ci vive, Baldini, non ci è mai vissuto e non riuscirebbe a farlo: ha bisogno di spazi aperti e di silenzio, e quando non li trova altrove è qui, nel «suo» Delta, che viene a perdersi in passeggiate che gli fanno dimenticare la nozione del tempo.

Mi indica il rudere di una vecchia casa annegata nella vegetazione e sovrastata a un lato da un argine: «Mi piacerebbe abitare in un posto così», dice. Fermo l’auto, scendiamo, ci sgranchiamo le gambe. Baldini sale l’argine e ammira le distese che ha davanti agli occhi. Poi, come il mio compagno di viaggio aveva quasi predetto, tutto cambia e si trasforma all’improvviso: la luce cala, i colori mutano registro, i contorni si sfuocano. Scende una foschia perlacea che tende a farsi sempre più densa, e il suo alito umido lo senti sulla pelle.

La nebbia è una protagonista importante nella pagine di questo scrittore. Come nel romanzo Mal’aria, edito da Frassinelli, da cui è stata tratta la fiction omonima che Rai Uno trasmetterà in prima serata il 19 e 20 aprile. «Una volta qui si credeva a un personaggio terribile e immaginario», dice. «La Borda: una personificazione della nebbia e di tutti i più arcaici timori popolari. I miei nonni me la descrivevano così: una sorta di strega orrenda che si aggira nell’oscurità, coperta di alghe e di drappi stracciati e fradici, che uccide senza pietà chiunque incontra. D’altronde, chi ha avuto l’esperienza di trovarsi in giro da queste parti nelle sere nebbiose, non fatica a capire come sia nata una tale suggestione, una tale paura. Se questo è un mondo a parte, con la nebbia diventa un non-mondo, un labirinto senza uscita, un nulla enorme e insidioso, un qualcosa di veramente impressionante e indescrivibile». Poi sorride: «Impressionante ma estremamente affascinante, credimi».

Baldini è bravo nel descrivere i paesaggi, nel dar loro un’anima e nel collocarvi storie avvincenti dalle radici profonde, ancestrali. Le ambienta sempre in provincia, in luoghi come questo, che intanto si sta facendo sempre più grigio, o nei campi assolati pronti per la mietitura, come nel suo ultimo romanzo, Quell’estate di sangue e d luna, scritto a quattro mani con Alessandro Fabbri (un autore già vincitore del Campiello giovani, anch’esso ravennate). In quel libro, ambientato nell’estate del 1969, e più precisamente nei giorni della missione Apollo 11 che portò per la prima volta l’uomo sulla luna, passato e presente si fondono e si confrontano, nel contrasto tra una civiltà contadina legata a vecchie superstizioni e la modernità simboleggiata dall’impresa spaziale. La provincia più profonda, le campagne, i piccoli paesi, le aree più marginali e deserte: montagna, boschi, paludi. Il Delta. L’ambientazione e il tono delle storie di Baldini hanno fatto attribuire a ciò che scrive un’etichetta di genere coniata apposta: «Gotico rurale», come il titolo di una sua raccolta di racconti. Gli chiedo come siano nate una tale vocazione e predilizione.

Si stringe nelle spalle. «Sono cresciuto in campagna, in anni in cui il mondo magico e tradizionale, quello delle vecchie leggende e superstizioni, non si era ancora del tutto sgretolato. Il passatempo preferito dai miei nonni era quello di raccontarmi storie terrificanti, e il mio quello di ascoltarle. Me ne nutrivo, non ne avevo mai abbastanza. Riuscivano a trasformare la mia quotidianità in avventura, il mio mondo fatto di campi e stagni in un esotico scenario da brivido. Poi, anni dopo, ho studiato Antropologia Culturale e il mondo tradizionale l’ho capito ancor meglio, e ho scoperto che rappresentava un grande serbatoio di idee e di suggestioni da portare in narrativa, o in tivù, o al cinema. Da raccontare e da far vivere a lettori e spettatori, insomma».

Lasciamo il Delta, arriviamo sulla statale Romea. Ai lati della strada il paesaggio e gli scenari sono stupendi: aree umide e specchi d’acqua si alternano a boschi fitti, a radure enormi. Passiamo a fianco prima della vasta Valle Mandriole, le acque coperte di uccelli di ogni specie, poi dell’Oasi naturalistica di Punte Alberete, l’ultimo pezzo di foresta allagata d’Italia. «Se avessimo tempo di entrare lì», mi dice Baldini indicandola, «ti farei vedere quanto è bella. Un posto davvero unico, con gli alberi che nascono dall’acqua e che ospitano migliaia di nidi. E’ una specie di macchina del tempo, quel posto: torni indietro di millenni, quando la pianura Padana era tutto un bosco, tutto un duello tra acqua e terra.»

Arriviamo a Ravenna, ci fermiamo, Appena lasciato il parcheggio ci inoltriamo nel centro storico, elegante, curatissimo, tutto pedonalizzato. Da una viuzza acciottolata arriva un odore invitante. «Piadina», dice Baldini soddisfatto. Ce ne compriamo una a testa. Calda, fragrante, il trionfo della semplicità e della bontà.
Poi passeggiamo nell’antica Capitale, un gioiello che racchiude come uno scrigno altri gioielli preziosi; le basiliche d’età bizantina sembrano giganti scuri e addormentati, severi e disadorni, ma dentro riservano lo sfavillio e la magia stordente dei mosaici più belli del mondo. L’asfalto che nelle strade aveva, qualche decennio, fa, soppiantato i ciottoli e i lastricati è stato rimosso e si è tornati all’antico; l’unico rumore sta nel frusciare delle biciclette e nelle voci delle persone. Guardo il mio compagno di passeggiata e un po’ lo invidio: abita in un bel paesino vicino a una bellissima città immersa in una natura splendida, il tutto a due passi dal mare.
Baldini sembra capire il mio pensiero e sorride: «Non potrei mica vivere altrove, sai?» dice. Poi mi chiede se voglio un’altra piadina e un bicchiere di buon vino, stavolta in un’enoteca a due passi dalla tomba di Dante, un’enoteca che da sola varrebbe la visita alla città, bella e antica e profumata com’è di cose buone.
Mentre addentiamo il secondo spuntino chiedo a Eraldo come mai in Emilia-Romagna ci siano così tanti autori di giallo e di noir. Mi risponde senza esitazione: «Uno studio dell’Università di Bologna ha dimostrato che la piadina e il sangiovese, come pure il lambrusco e i tortellini, stimolano certe parti del cervello, quelle deputate appunto alla fantasia noir.»
Stavolta sono io a sorridere. Fuori, la luce della città sta cambiando. Anche sulle strade pulitissime e tranquille scende la foschia, e i ciottoli diventano lucidi come canali, mentre il sibilo delle bici che passano veloci suona alle mie orecchie come il richiamo di migratori in volo.

Andrea Samaritani, marzo 2009